Il rischio-riforme sull’efficacia del PNRR

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Mario Draghi [EPA-EFE/ANGELO CARCONI]

Il Reflection Paper appena pubblicato dal CEPS (il Centro Studi sulle Politiche Europee di Bruxelles) getta non poche ombre sul nostro PNRR, soprattutto per quanto concerne l’impatto annunciato delle riforme sul Pil. Come è noto, la stragrande maggioranza degli investimenti proposti deve essere accompagnata, per essere efficace ed effettivamente realizzabile entro l’orizzonte temporale del piano, da profonde riforme nei seguenti sei ambiti: pubblica amministrazione e sistema giudiziario (riforme orizzontali); semplificazione/razionalizzazione legislativa e promozione della concorrenza (le cosiddette enabling reforms); mercato del lavoro e filiera della formazione (riforme settoriali).

Il rapporto mette in luce solo alcune delle criticità che possono essere mosse al modo in cui le riforme sono state inserite nel PNRR. La prima concerne la pubblica amministrazione, cruciale per la gestione di un flusso rilevante di risorse da cantierare e rendicontare entro cinque anni, affidata a personale a termine. Secondo il rapporto, assomiglia tanto all’ennesima occasione persa per svecchiare la PA e dotarla di quelle competenze capaci di trasformarla in un servizio stabile per la collettività, dotato delle competenze per gestire e monitorare progetti complessi, come anche i fondi di coesione sono. Per quanto riguarda la giustizia, la maggior preoccupazione sollevata concerne la capacità del sistema giudiziario di approvare tutte le misure necessarie entro il termine del PNRR.

Sulla semplificazione, la situazione appare ancora meno agevole. Gl’investimenti previsti nel Piano richiedono una capacità di gestione ed una straordinaria accelerazione di procedure autorizzative ed appalti, che difficilmente potranno essere risolte nel breve periodo per decreto. Sulla concorrenza viene sottolineata la contraddizione rispetto a normative più generose sugli aiuti di stato e su sistemi di concessione su beni pubblici (peraltro già in contrasto, in alcuni casi, con la normativa europea) che fanno sospettare una non agevole transizione verso mercati maggiormente concorrenziali.

E poi il mercato del lavoro e la filiera dell’educazione. Sul primo, il CEPS sottolinea come si tratti essenzialmente di interventi sul lato dell’offerta, volti soprattutto ad attivare lavoratori fuori dal mercato del lavoro, anche attraverso interventi formativi e professionalizzanti. Allo stesso tempo, non viene messa in discussione l’attuale governance delle politiche attive, che andrebbe invece profondamente rivista. Non viene affrontato il tema, di crescente rilevanza economica e sociale, dei working poors. Nè viene messo in discussione il peso preponderante della contrattazione collettiva nazionale, che in alcuni settori impedisce il miglioramento delle condizioni contrattuali.

Last but not least la filiera educativa, sulla quale il CEPS sottolinea come unico elemento positivo quello della maggiore attenzione agli asili, che tuttavia non è accompagnata da riforme strutturali volte ad accrescere nel tempo la platea di coloro che accedono ai servizi dell’infanzia, col rischio che, una volta terminato il PNRR, la situazione ritorni ai (pessimi) livelli attuali. Così come carente è la riflessione sulla necessità di assicurare maggiore connessione fra la formazione superiore e l’Università, anche in tema di riconoscimento di attività e crediti formativi. Ultima nota dolente segnalata, la governance regionale del diritto allo studio, considerata inadeguata a mantenere standard omogeni sul piano nazionale.

Ricordiamo che il PNRR è stato accompagnato da proiezioni d’impatto moderate sul Pil: solo il 3,6% in più alla fine del periodo rispetto allo scenario senza PNRR. Considerando che la risorse in arrivo valgono all’incirca il 13% del Pil, il fatto che vi sia (nello scenario più ottimistico) un impatto di poco più di un quarto non è, di per sé, un gran risultato. Tuttavia, quell’ipotesi potrebbe, nel caso peggiore, ridursi addirittura alla metà (+1,8%). Molto dipende proprio dalla capacità delle riforme di assecondare il ritmo degl’investimenti.

Come ricorda il rapporto: “I tempi di esecuzione, l’efficacia e la sostenibilità degl’investimenti pubblici dipendono in maniera sostanziale dal regime regolatorio e dalla sua implementazione […] l’investimento pubblico richiede, per essere efficace, un forte coordinamento fra i diversi livelli di governo”. Cose delle quali, evidentemente, al CEPS dubitano.