Il Recovery Fund punti alla parità di genere

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Una manifestazione per l'equità salariale a Bruxelles. [Erik Luntang/Etuc Ces]

Non vedremo realizzata una piena parità di genere, almeno nel corso della nostra vita. Il Rapporto del World Economic Forum “Global Gender Gap 2020” è chiaro e diretto: non saremo in grado di raggiungere l’eguaglianza prima di 100 anni, in particolare nel settore della politica, il peggiore fra quelli analizzati, da cui – di tutta evidenza – generano le politiche sociali ed economiche.

Perché la parità di genere è importante? Si tratta in primis di giustizia sociale ed economica, è chiaro. “Women rights are human rights” tuonava Hillary Clinton alla Conferenza di Pechino nel 1995. Parole che hanno fatto la storia, ma che tutt’oggi fanno storcere il naso ad alcuni paesi.

Non è tuttavia solo una questione etica. È anche una questione di convenienza. L’eguaglianza di genere, lo confermano molti studi, è un chiaro indicatore dello stato di salute e benessere di un’economia e di una società. La capacità di sviluppare e impiegare più della metà del talento a disposizione ha un impatto importante e duraturo sulla crescita, competitività e capacità di affrontare le sfide del futuro. Ogni qualvolta si riducono le disparità di genere, si aprono nuove opportunità e frontiere. Raggiungere la parità di genere, dunque, è una necessità della comunità intera; fa bene a tutti, non solo alle donne.

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Ecco perché ci si aspettava dall’Ue una forte spinta verso l’eguaglianza con il piano europeo “Next Generation Eu” che include il Recovery and Resilience Fund. Alexandra Geese, europarlamentare del gruppo Greens/European Free Alliance, ha affidato alle economiste Azzurra Rinaldi ed Elisabeth Klattzer una valutazione di impatto di genere del piano di rilancio. Le conclusioni sono sorprendenti: le donne non farebbero parte della next generation.

Già prima della crisi dovuta a Covid-19 le donne erano in una posizione di grave svantaggio nell’economia di mercato. In Italia, secondo l’ultimo rapporto Istat, il tasso di occupazione delle donne si attesta attorno al 50% e il gap con quello maschile raggiunge i 18 punti. Il 27% lascia il lavoro dopo il primo figlio per dedicare alla casa e ai figli più del doppio del tempo del partner. Siamo fanalino di coda in Europa, che ha una media di occupazione femminile del 67,3% con punte che arrivano all’80%, come nel caso della Svezia.

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Il Comitato europeo dei diritti sociali (Ceds) ha pubblicato un rapporto sulla parità di genere nel mondo del lavoro ha seguito un reclamo dell’Ong University Women of Europe, “Divario inaccettabile in retribuzioni e opportunità”. Tra i 15 Stati esaminati, solo …

Covid-19 ha peggiorato la situazione, colpendo settori a prevalente trazione femminile: lavori sociali e di cura, istruzione, ristorazione e turismo, arte e cultura. Settori che uno studio dell’Ilo considera oggi a forte rischio.

Il lockdown ha ulteriormente esacerbato il divario: in Italia, il 72% dei lavoratori rientrati il 4 maggio erano uomini. Molte donne, complici anche le attività di cura domestica e la chiusura delle strutture scolastiche, sono rimaste a casa. Attività di cura che, in pieno spirito patriarcale, sono per lo più affidate alle donne. Non è solo un problema italiano; anche in Germania – riporta l’Institute of Economic and Social Reasearch – il 27% delle madri lavoratrici è stata costretta a ridurre il proprio orario lavorativo per dedicarsi alla cura dei figli (vs il 16% dei padri).

Inoltre, in aprile, in Italia la ricerca di impiego è diminuita del 30,6% fra le donne e del 17,4% fra gli uomini. Mentre l’inattività delle donne è particolarmente pronunciata nelle fasce di età 35-49 (+10,4%) e 25-34 (+8,8%).

Secondo il “Rapporto Geese”, le cose addirittura potrebbero peggiorare: gli aiuti finanziari dell’Ue confluiscono soprattutto nei settori a predominanza maschile (costruzioni, trasporti, agricoltura, tecnologico e digitale, energetico). Secondo le autrici del rapporto, l’impianto di Next Generation Eu, sostenendo un’economia al maschile, andrebbe ad aggravare la disparità di genere nel mercato del lavoro, anziché ri-bilanciare le preesistenti condizioni di squilibrio.

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Investimenti nelle infrastrutture per il settore della cura, comporterebbero un’importante riduzione del gap di genere. Per esempio, su uno scenario di stimolo pari al 2% del Pil in questo settore, l’effetto di creazione di posti di lavoro per gli uomini sarebbe il medesimo rispetto ad un eguale stimolo nel settore delle costruzioni, ma per le donne sarebbe di ben sei volte maggiore. Lo stesso investimento nel settore delle costruzioni creerebbe invece pochi posti di lavoro per le donne. Si deduce, dunque, che gli investimenti in strutture di cura ridurrebbero il gap, a differenza degli investimenti nel settore delle costruzioni.

Le raccomandazioni all’Ue del Rapporto Geese sono chiare: il focus del Recovery Fund e degli strumenti di stimolo deve essere ricalibrato per includere investimenti nei settori con maggiore potenziale di impiego per le donne. È dunque necessario affiancare alla transizione digitale ed ecologica anche le attività di cura. L’effetto non sarà solo quello di ridurre il gap, ma anche quello di costruire una società più resiliente.

Inoltre, tutti i progetti Ue dovrebbero avere: 1) una valutazione di impatto di genere, con dati disaggregati fra uomini e donne; 2) l’applicazione del gender budgeting nella pianificazione, attuazione, monitoraggio e valutazione dei progetti; e 3) l’attuazione del mainstream di genere (ovvero l’inserimento in maniera trasversale di valutazioni di genere a tutte le politiche e misure).

I criteri di valutazione dei piani di nazionali, che sono pre-requisiti per gli Stati Membri per ricevere le risorse del Rrf, dovranno includere un filtro di genere e gli stessi piani dovranno far fronte alle diseguaglianze emerse a causa della crisi generata da Covid-19, inclusa la violenza di genere e la violenza domestica, che sappiamo essere spesso correlate alla dipendenza economica della donna al proprio partner.

Inoltre, i comitati di gestione e attuazione delle misure dovrebbero consultare esperti di politiche di genere ed essere costituiti da un’equa rappresentanza di genere. Si chiede infine di incrementare i fondi a favore dello European Institute of Gender Equality, essendo il principale istituto in grado di fornire expertise di genere alle istituzioni europee.

Senz’altro la richiesta del Rapporto Geese di investimenti a favore dei settori che vedono una maggiore presenza femminile, porterà benefici nell’affrontare l’emergenza. Tuttavia in prospettiva, ritengo si debba abbandonare la logica di divisione fra settori che creano lavori per donne e settori che creano lavori per uomini. È più strategico investire nei settori cruciali per lo sviluppo sostenibile, in grado di garantire la transizione ecologica e digitale, in linea con il Green New Deal, e far si che gli investimenti siano condizionati ad un riequilibrio di genere, per non lasciare nessuno indietro. L’obiettivo è un’economia verde (inclusi trasporti, energia, tecnologia digitale, costruzioni) in cui le donne possano crescere e avere un ruolo determinante. Gender budgeting e gender mainstream sono condizionalità necessarie per gli investimenti del Rrf e per realizzare il Green New Deal.

La verità è che le diseguaglianze rappresentate dal divario fra l’economia di mercato e le difficoltà del mondo reale, a partire dalla sottoccupazione delle donne, costa. Circa 370 miliardi di euro, stima l’Ue. Si produce meno ricchezza e minore gettito fiscale; si è meno competitivi; si aiuta la recessione. Non è più né accettabile, né sostenibile, promuovere piani di rilancio senza prevedere la massima inclusione delle donne. È una questione di efficacia dell’intero sistema.

Silvia Francescon è Global governance strategist, international negotiator, senior policy advisor.