Il premier polacco Morawiecki: “Uniti possiamo fare di più”

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Il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki a Bruxelles. [Permanent Representation of Poland to the EU]

La crisi attuale può essere un grande punto di svolta nella storia dell’Unione Europea. Tuttavia, bisogna ricordare che il fondo di ripresa dovrebbe corrispondere ai problemi economici reali degli Stati membri, con la loro specificità, le loro aspettative e le loro esigenze attuali, scrive Mateusz Morawiecki.

Mateusz Morawiecki è il primo ministro della Polonia. Questo Op-Ed è stato scritto in esclusiva per EURACTIV.

La Polonia, l’Unione Europea e il mondo continuano a lottare contro la pandemia del coronavirus. Sebbene siamo riusciti a ridurre l’impatto della malattia in molti luoghi, è un nemico che dobbiamo ancora eliminare completamente.

Allo stesso tempo, stiamo sollevando sempre più domande sugli effetti economici della pandemia, che si ripercuotono sui processi politici ed economici dell’Unione europea. La reazione dell’UE sarà adeguata?

Oggi abbiamo bisogno di una risposta ambiziosa e decisiva in questo senso. L’Unione di oggi dovrebbe essere un’Europa con molti punti esclamativi, non solo punti interrogativi.

Gli esperti indicano che la pandemia di Covid-19 è molto più estesa di altre malattie di questo tipo emerse dopo la seconda guerra mondiale, riguardo sia la sua diffusione geografica e temporale che il numero di persone colpite.

L’Organizzazione Mondiale del Commercio stima che il commercio globale diminuirà tra il 13% e il 32% nel 2020. Dobbiamo essere consapevoli che questo è solo l’inizio della crisi. Molti indicatori economici hanno registrato cali mai visti da quando sono stati misurati per la prima volta.

Per questo motivo l’Europa si sta attualmente ritagliando un percorso di ripresa economica. Nella storia dell’integrazione europea, mai prima d’ora la necessità di una risolutezza comune è stata così urgente.

La crisi attuale è un importante punto di svolta nella storia dell’Unione. Invece di diventare il suo punto morto, deve diventare un punto che fornirà una leva per lo sviluppo, come disse Archimede: “Datemi una leva e un punto d’appoggio e io solleverò il mondo”.

Oggi abbiamo bisogno di un vero e proprio stimolo per la crescita economica. Le ultime proposte della Commissione europea hanno portato la “leva e il punto d’appoggio” molto più vicino di quanto si potesse immaginare. La ripresa deve iniziare con l’individuazione del terreno su cui si baserà l’economia europea.

Ripresa economica europea

Il compito più importante è quello di creare un forte impulso agli investimenti nell’Unione Europea, che sono destinati a diventare la suddetta leva per la crescita economica. La proposta della Commissione europea, che consiste nella creazione di un fondo di recupero da 750 miliardi di euro, rappresenta un buon punto di partenza per raggiungere questo obiettivo.

Non si tratta più di mezze misure che cercano di raggiungere un compromesso confuso. Si tratta di una proposta ambiziosa che può costruire un futuro solido per l’Unione Europea.

Perché ciò avvenga, il Recovery Fund deve possedere due qualità: la grandezza e la rapidità. L’ultima cosa che vogliamo è rimanere bloccati in trattative prolungate. La tentazione di introdurre mezze misure o di cercare scorciatoie ci porterebbe fuori strada.

Molti Stati membri dell’UE hanno imparato la lezione dalla crisi del 2009. L’Europa ha bisogno di un forte e temporanea stimolo economico che costruisca una crescita stabile e sostenibile. Recentemente il governo tedesco ha annunciato un ulteriore pacchetto da 130 miliardi di euro.

La Banca centrale europea ha incrementato il suo programma di acquisto di obbligazioni di ulteriori 600 miliardi di euro. L’importo totale dei beni acquistati è ora pari a 1,4 trilioni di euro. Ormai non si tratta più di strumenti finanziari.

Sono diventati lanciarazzi fiscali e monetari. L’Europa non ha nulla da perdere. Il margine di errore è molto ristretto, mentre la necessità e le aspettative di un accordo sono enormi.

Uniti possiamo fare di più

La svolta significativa costituita dall’accettazione della proposta della Commissione europea non riguarda solo la quantità di aiuti senza precedenti. In questo contesto, i confronti con il Piano Marshall sembrano accurati.

Tuttavia, il nocciolo della questione starebbe nel fatto che ⅔ dei finanziamenti sono sovvenzioni per i paesi, mentre ⅓ sono prestiti a basso tasso di interesse. Gli Stati membri non saranno quindi lasciati a cavarsela da soli di fronte a una crisi. Utilizzando il suo rating di credito, l’UE può pagare le obbligazioni solidali sulla base di nuove fonti di reddito proprie.

Rafforzare il sistema fiscale europeo

Secondo gli ultimi dati, fino al 40% delle entrate internazionali delle imprese finisce ogni anno nei paradisi fiscali. Si tratta di circa 700 miliardi di dollari.

Per l’economia globale ciò significa una riduzione del 10% dell’imposta sul reddito, ovvero di 200 miliardi di dollari. In Europa sono Germania, Francia e Regno Unito i paesi che perdono di più: le stime si attestano intorno al 20-30% dell’imposta sul reddito delle società. In realtà, è dannoso per l’intera Comunità.

Per questo dovremmo rispondere costruendo risorse proprie sostenibili. La tassa sul digitale, quella sulle transazioni finanziarie e la carbon tax sarebbero una grande iniezione di denaro, sulla base della quale potremmo pagare i prestiti contratti dalla Comunità. Gli economisti stimano che il potenziale di crescita del reddito potrebbe raggiungere fino a 170 miliardi di euro nei prospetti finanziari futuri dell’UE.

Anche le migliori intenzioni devono essere vincolate dalla ragione, per questo è importante che il Recovery Fund progettato sia uno strumento da utilizzare una volta sola. Non deve sostituire la politica di coesione o la politica agricola comune dell’UE.

Questi sono grandi frutti dell’integrazione europea che hanno costruito un mercato europeo comune e resistente. Salvando l’economia europea, non dobbiamo perturbarne le fondamenta.

Il Fondo dovrebbe inoltre essere flessibile e affrontare non solo le questioni digitali o climatiche, ma anche tutti i problemi economici reali degli Stati – in base alla loro specificità, alle loro aspettative e alle loro esigenze attuali.

70 anni fa, quando Robert Schuman annunciò il piano che sarebbe stato l’inizio dell’integrazione europea, disse che “l’Europa non sarà creata subito, non secondo un solo piano. Sarà costruita su risultati concreti che creeranno prima di tutto una solidarietà di fatto”.

In queste nuove circostanze, queste parole sono ancora oggi attuali e dobbiamo sforzarci di realizzarle insieme.