Il mistero delle Policy Recommendations della Ue all’Italia

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Le raccomandazioni di quest’anno per l’Italia sono tre soli punti. [EPA-EFE/JULIEN WARNAND]

Ogni anno, nell’ambito del semestre europeo (uno degli strumenti di coordinamento delle politiche nazionali previsto dalla governance economica della Ue) il Piano nazionale di riforme viene inviato a Bruxelles (quest’anno è accaduto il 30 aprile) e riceve commenti dalle istituzioni europee, sotto forma di Country Specific Recommendations. Solitamente, si tratta di una lunga lista di misure di buon senso, atte ad aggredire nodi strutturali ben noti del nostro ritardo rispetto ai paesi del resto d’Europa.

Tradizionalmente, la lista includeva: il potenziamento delle misure per l’occupabilità, l’innalzamento della produttività del settore pubblico, il miglioramento della spesa nei fondi strutturali, la semplificazione del sistema impositivo e regolamentare, l’alleggerimento del carico fiscale sul lavoro, il suggerimento di evitare l’ulteriore aggravarsi di un sistema pensionistico già gravato da indennità abusive e dinamiche demografiche con ulteriori incentivi al prepensionamento, la riduzione delle disparità territoriali, l’aumento della spesa per educazione ricerca e innovazione, il miglioramento del sistema infrastrutturale e delle competenze digitali; e tanto altro ancora.

Una lista che, come ho già scritto a più riprese, avrebbe dovuto essere ripresa alla lettera dal nostro Documento di economia e finanza (non solo in sede di programmazione, naturalmente, ma anche di implementazione). Una lista sistematicamente ignorata dai nostri governi, più inclini a rispondere alle esigenze di breve periodo della raccolta di consenso elettorale che a guardare allo sviluppo di lungo periodo del paese.

Una lista che per anni è rimasta sostanzialmente inalterata. Non perché i pigri burocrati di Bruxelles non avessero voglia di aggiornarla, ma perché sempre gli stessi erano i nodi da affrontare, lasciati in eredità ai governi ed alle generazioni future.

Fino a quest’anno. Perché, ed è curioso che nessuno ci abbia posto attenzione, le raccomandazioni di quest’anno per l’Italia sono tre soli punti, meno di mezza pagina; tanto che vale la pena riportarle integralmente.

“Primo: attuare, in linea con la clausola di salvaguardia generale, tutte le misure necessarie per affrontare efficacemente la pandemia e sostenere l’economia e la successiva ripresa; quando le condizioni economiche lo consentano, perseguire politiche di bilancio volte a conseguire posizioni di bilancio a medio termine prudenti e ad assicurare la sostenibilità del debito, incrementando nel contempo gli investimenti; rafforzare la resilienza e la capacità del sistema sanitario per quanto riguarda gli operatori sanitari, i prodotti medici essenziali e le infrastrutture; migliorare il coordinamento tra autorità nazionali e regionali;

Secondo: fornire redditi sostitutivi e un accesso al sistema di protezione sociale adeguati, in particolare per i lavoratori atipici; attenuare l’impatto della crisi sull’occupazione, anche mediante modalità di lavoro flessibili e sostegno attivo all’occupazione; rafforzare l’apprendimento a distanza e il miglioramento delle competenze, comprese quelle digitali;

Terzo: garantire l’effettiva attuazione delle misure volte a fornire liquidità all’economia reale, in particolare alle piccole e medie imprese, alle imprese innovative e ai lavoratori autonomi, ed evitare ritardi nei pagamenti; anticipare i progetti di investimento pubblici maturi e promuovere gli investimenti privati per favorire la ripresa economica; concentrare gli investimenti sulla transizione verde e digitale, in particolare su una produzione e un uso puliti ed efficienti dell’energia, su ricerca e innovazione, sul trasporto pubblico sostenibile, sulla gestione dei rifiuti e delle risorse idriche e su un’infrastruttura digitale rafforzata per garantire la fornitura di servizi essenziali.”

Come è facile vedere, si tratta principalmente di misure d’emergenza, ed altre (quelle indirizzate al lungo periodo) vagamente collegate al Green Deal, alla transizione verde. Le spiegazioni possibili di questo accorciamento dell’orizzonte temporale e dello snellimento delle raccomandazioni sono due.

La prima è che la straordinarietà della pandemia renda evidente che si può solo, per i mesi a venire, pensare a tappare i buchi creati dallo shock sanitario, economico e sociale, non ad affrontare i nodi strutturali. E che la ripresa possa essere affidata unicamente ad investimenti verdi. Una spiegazione ragionevole; ma, credo, ingenua.

La seconda interpretazione è che, vista anche la sospensione del Patto di stabilità e crescita, non sarebbe stato molto credibile “raccomandare” interventi più serrati di riforme proprio durante la pandemia; e che venga invece lasciato ai negoziati sul Piano nazionale di riforme (quello che dovrà essere presentato per accedere alle risorse del Recovery Plan) l’imposizione (piuttosto che la semplice raccomandazione) di intervenire su quei nodi. Questa seconda spiegazione sarebbe preferibile, perché assicurerebbe che, se vogliamo accedere alle risorse Ue, dobbiamo finalmente accogliere gl’indirizzi che la Ue stessa ci invita da anni a seguire. E che, essendo appunto di buon senso, dovrebbe essere nell’interesse di tutti i cittadini italiani accogliere a braccia aperte.

Ma si tratta di un passaggio politicamente delicato. Perché le condizionalità che accompagneranno i fondi del Recovery Plan, pur essendo a vantaggio del paese e del suo ammodernamento, verranno vendute dalla propaganda anti-Ue come un’oltraggiosa ingerenza di Bruxelles negli affari interni dell’Italia. C’è da sperare che la pandemia abbia aperto gli occhi all’opinione pubblica italiana, rendendola in grado di discernere quelle che appaiono come condizioni indifferibili per l’ammodernamento e le sorti future del paese, rispetto alle dinamiche politiche di bassa cucina, che tenderanno inevitabilmente a strumentalizzarle.