Il 2020 passerà alla storia, per il Covid-19 e la svolta europea

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Un ragazzo indossa una bandiera europea durante una manifestazione. [EPA/JOERG SCHUELER]

Il vento della svolta soffia impetuoso come non mai. Cadono i tabù. E in poche settimane si fa l’impensabile, ciò che era atteso da oltre 20 anni. Sono ottimista per questa #rEUnaissance e sono più che certo di una una presidenza tedesca lungimirante! A tutti noi non sprecare questo momento storico.

Il 2020 sarà un anno che non verrà certo dimenticato facilmente. La pandemia di Covid-19 ha provocato una crisi sanitaria, economica e sociale, e forse anche democratica per alcuni Stati Membri, senza precedenti – la peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale. Ma il 2020 sarà anche ricordato come l’anno in cui l’Unione europea è stata in grado di adottare misure straordinarie per fare tutto il necessario per rimanere unita, competitiva e solidale.

In due mesi, dopo qualche esitazione iniziale, in Europa si è impressa una svolta impensabile anche solo all’inizio dell’anno, per far fronte alla crisi e per costruire un piano per il futuro ancora più forte e resiliente di quello che già appariva nel programma di mandato della Commissione Von der Leyen. Era solo a fine febbraio che falliva clamorosamente il vertice europeo per il nuovo bilancio pluriennale, inchiodato sugli zero virgola e su una babele in cui tutti volevano tutto e di più, versando meno dei decenni precedenti e con maggiori condizionalità.

Dal 13 marzo, quando la Commissione europea annunciò le prime misure contro la pandemia, e dal 17 marzo quando la Banca centrale europea mise in campo la sua potenza di fuoco per evitare il collasso delle finanze degli Stati, tutto è cambiato. Ben oltre 3000 miliardi euro (per inciso oltre tre volte il tanto evocato Piano Marshall del dopoguerra a valori attualizzati) sono stati impegnati ed è iniziata la rottura di tabù impensabili.

La sospensione del Patto di stabilità e crescita per esempio, ricordando che dopo la crisi del 2008, il vertice franco tedesco di Deauville dell’ottobre 2010 fissò la linea del Rubicone che divenne poi il ‘Six Pack’ e il ‘Two Pack’, con l’imposizione di misure draconiane di austerità ai paesi a rischio default. O le sostanziose deroghe alla normativa degli aiuti di Stato, per interventi pubblici nel capitale delle imprese per 2000 miliardi di euro.

Beninteso, non è che quei tabù fossero infondati. Il primo riguarda il semplice buon senso che l’equilibrio di bilancio e una sana gestione dei debiti pubblici eccessivi sono necessari per tutti e per le prossime generazioni.  E il secondo imponeva rigide normative sugli aiuti di Stato che intendevano impedire gli squilibri insostenibili del mercato interno, con ulteriori divisioni tra gli stati che hanno risorse per intervenire e quelli che non ne hanno, finendo per fracassare tutto.

Ma questa volta, il #WhateverItTakes si è fatto in poche settimane e non in 4 anni ed a condizioni radicalmente diverse. E poi è arrivato il meccanismo Sure, uno strumento atteso da tempo per sostenere regimi nazionali di tutela contro la disoccupazione, grazie ad un fondo da 100 miliardi di euro. Soldi che saranno di fatto una prima forma di mutualizzazione del debito, per aiutare chi ne ha più bisogno.

Ed ora, attendiamo il nuovo pacchetto complessivo sul Recovery Fund, il nuovo fondo per la ricostruzione, e il nuovo bilancio comunitario: una nuova accelerazione impensabile. Ciò che era domanda di molti da anni e proposta precisa di alcuni Stati in questa crisi si trasforma in una proposta franco-tedesca di svolta, antitetica a quella del vertice del 2010. Una emissione di titoli di debito comune per oltre 500 miliardi di euro, veicolati attraverso il bilancio europeo, da destinarsi principalmente come trasferimenti a fondo perduto verso i Paesi e i settori più colpiti, con una chiara finalizzazione a riparare, e soprattutto ad investire sui settori chiave del futuro, insieme.

In più si parla di un chiaro trasferimento dalle tasse nazionali verso le risorse proprie dell’Ue (in base all’art. 311 del Trattato), di tasse da far pagare ai colossi del digitale e di una imposta societaria minima europea, ponendo seriamente sul tavolo la questione dei regimi fiscali privilegiati.

Insomma, si potrebbe dire che dopo la controversa sentenza della Corte di Karlsruhe, che indicava la profondità radicale del dibattito in Germania, e dopo un crescendo di dichiarazioni da Pasqua in poi di tutte le maggiori cariche dello Stato, la cancelliera Angela Merkel ha annunciato al Bundestag che era nuovamente ora di fare qualunque cosa per salvare il progetto europeo e fare della solidarietà il principio cardine di questa fase.

Cosi, il 18 maggio, 70 anni dopo la Dichiarazione Schuman, Merkel e Macron hanno annunciato il piano comune. La Germania ha fatto un passaggio storico di portata enorme, degno di un paese leader, un paese che finalmente capisce che è venuto il momento di condividere il rischio e così aumentare le capacità di spesa e di investimento dell’Europa tutta intera.

Che questa svolta fosse preparata con cura da tempo lo dimostra l’alto livello di consenso della maggioranza della popolazione tedesca, con numeri dei sondaggi anch’essi impensabili solo lo scorso autunno. Certo la strada resta ancora lunga e impervia. Il quadro degli impegni finali dovrà essere più consistente e molti equilibri dovranno essere negoziati, duramente. Ma resta tutta l’evidenza che siamo testimoni e attori di qualcosa di inedito, supportato da energie politiche e da convergenze delle forze sociali senza precedenti.

Resto dunque fiducioso che da qui a fine giugno si consolideranno scelte importanti per il nostro futuro e che la presidenza semestrale tedesca dell’Ue, che comincia il primo luglio, saprà condurci in questo nuovo territorio inesplorato, ma nuovamente costituente per il Rinascimento dell’Europa.

Lo spirito dei padri fondatori, fortemente incentrato sul concetto di solidarietà spira nuovamente forte come non mai. E sono certo che Adenauer, De Gasperi e Schuman, che avevano in comune la lingua tedesca, stanno esultando per la fecondità della loro visione lungimirante: l’insieme è più forte e più prospero della somma delle parti.

 Luca Jahier è il presidente del Comitato economico e sociale europeo (CESE)