I rischi nascosti nel Recovery Plan

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La sede centrale della Commissione europea a Bruxelles, Belgio. [EPA-EFE/OLIVIER HOSLET]

Il Recovery Plan è una straordinaria opportunità. Lo è già stato: l’Europa ha cambiato completamente atteggiamento verso una crisi esogena profonda, reagendo con la solidarietà che ci si attende da un soggetto che da oltre settant’anni cerca di affermarsi come un attore mondiale, non come un puzzle informe di vecchi rancori ed egoismi nazionali.

È anche l’occasione per togliere l’Italia dalle paludi in cui è entrata da qualche decennio. Iniziando a scardinare logiche corporative, scelte collettive improntate al vantaggio elettorale di pochi, corruzione, immobilismo burocratico, ipocrisie. Ed avviando una reingegnerizzazione del paese coerente con quanto sta emergendo dalla crisi del Covid: costruendo sistemi locali altamente resilienti e competitivi, collegati ad infrastrutture digitali, di trasporto, commerciali articolate dal livello regionale a quello nazionale, europeo e globale. Sistemi locali che guardino al futuro: alla sostenibilità; all’autosufficienza energetica, nella gestione dei rifiuti, nella difesa del territorio, nella gestione sanitaria, nell’efficienza dei trasporti, etc; alla realizzazione di infrastrutture culturali e sociali che assicurino l’aumento della qualità della vita ad una società sempre meno alfabetizzata in un mondo sempre più agguerrito e con trend demografici preoccupanti; etc.

Il bivio che abbiamo di fronte è fra chi saprà interpretare il bisogno di progettazione territoriale, in tutti i settori, sotto questa prospettiva articolata su più livelli; e chi invece cercherà di ragionare ancora con logiche vecchie e inutili, se non dannose (contrapposizioni nord-sud, vecchi-giovani, finanziamento di progetti lasciati a lungo in un cassetto versus progetti che guardano avanti, etc).

La domanda che provo a pormi è se il Recovery Plan sia attrezzato per dare una risposta a queste esigenze. E la risposta è: solo molto parzialmente.

Le ragioni di questa parziale inadeguatezza sono da ricercare: nelle logiche con le quali si stanno muovendo nel governo per stilare il piano che indicherà le priorità per l’uso delle risorse (una lunga lista di progetti vecchi, ad oggi incompiuti), senza alcuna visione strategica del futuro; in un mix di vecchi paradigmi inefficienti, fra la contrattazione programmata (dall’alto, quella che ha prodotto le cattedrali nel deserto, tanto per capirci) e la programmazione negoziata (dal basso, ma anarchica, senza una direzione precisa); in una governance che appare a tratti corporativa, piuttosto che ampiamente inclusiva e genuinamente articolata su più livelli.

Speriamo vivamente di sbagliarci, e saremo lieti di ricrederci da qui ad un mese, ma ci pare che in questo avvio di settembre le prime modalità di elaborazione di un piano così rilevante per il futuro del paese non vengano implementate con la necessaria visione strategica, sguardo al futuro e metodologie innovative, tali da farci fare quel salto di qualità del quale l’Italia ha disperatamente bisogno.

Ma soprattutto, speriamo che con il successo del Recovery Plan non si esaurisca la spinta ad individuare tutti gli strumenti che l’Europa può mettere ancora a disposizione dei cittadini e dei territori per progettare il domani. Per quanto le risorse siano massicce, potrebbero rivelarsi insufficienti; soprattutto se non spese con lungimiranza.