I giovani nell’era post-covid: da sfida a opportunità di diventare protagonisti

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[StartNet]

L’attuale pandemia da COVID-19 segna un momento storico con effetti enormi su società ed economie. A essere particolarmente colpiti sono però soprattutto i giovani.

Già prima della crisi causata dal COVID, la disoccupazione giovanile era strutturalmente alta, data dalle difficoltà che molti giovani incontrano nella transizione dall’istruzione al mercato del lavoro, dall’abbandono scolastico e dal fatto di non essere impegnati nell’istruzione, nell’occupazione o nella formazione (NEET). Se la disoccupazione giovanile media nell’UE è al 17,8% (Eurostat 2020), ci sono grandi disparità tra gli Stati membri, le regioni e i gruppi svantaggiati (6,1% in Germania; 40,7% in Spagna; 63% dei giovani Rom in Spagna). L’Italia, sebbene con forti differenze regionali, ha superato a ottobre 2020 la soglia del 30,3% di disoccupati giovani (dati Istat). Nel 2019 le regioni del Sud Italia contavano già un giovane su tre che non studiava, non lavorava e non era in formazione, dato contrapposto alle regioni del Nord, con circa 15% di giovani NEET (Rapporto Giovani 2020).

L’attuale pandemia sta notevolmente peggiorando la situazione. Secondo il rapporto dell’ONU intitolato YOUTH & COVID, (I giovani e il Covid), durante la prima metà del 2020, ¾ degli studenti nel mondo hanno dovuto affrontare la chiusura delle scuole, 1/6 ha perso il lavoro, 2/5 hanno subito una riduzione del reddito. In Italia la didattica a distanza ha evidenziato il digital divide, amplificando il divario nelle opportunità educative.

Secondo uno studio recente dell’ONG Save the Children, basato su interviste a ragazzi tra i 14 e 18 anni, il 72% di ragazzi riporta di avere “almeno un compagno che sta facendo più assenze rispetto allo scorso anno”, mentre un ragazzo su 4 afferma che dalla primavera 2020 almeno un compagno di classe ha smesso completamente di frequentare le lezioni.

La condizione di essere un giovane adulto NEET, la disoccupazione giovanile, la mancanza di istruzione sono alcuni dei fattori che costringono i giovani a ritardare l’ingresso nel mercato del lavoro. I giovani così bloccati perdono competenze e anche fiducia, prima in loro stessi, poi nel sistema. Se l’Italia punta a una transizione verde, digitale e inclusiva, il contributo politico, sociale ed economico della generazione a oggi più europeista è fondamentale. Soprattutto alla luce del crescente debito pubblico e ambientale.

Stiamo facendo abbastanza per permettere ai giovani e alle generazioni future di rendere possibile questa transizione?

Il neo-incaricato Presidente del Consiglio Mario Draghi nel suo primo discorso al Senato ha affermato che si tratta di “una domanda alla quale dobbiamo dare risposte concrete e urgenti quando deludiamo i nostri giovani costringendoli ad emigrare da un paese che troppo spesso non sa valutare il merito e non ha ancora realizzato una effettiva parità di genere”.

L’UE ha recentemente presentato diversi strumenti per migliorare la situazione. Il bilancio pluriennale per il 2021-2027 prevede un aumento significativo del bilancio Erasmus+ da 15 a 26 miliardi di euro. Il Fondo sociale europeo investe 88 miliardi di euro di cui il 12,5% è destinato all’occupazione giovanile nei paesi più colpiti. L’Unione Europea ha rinnovato e migliorato il programma Garanzia Giovani.

Ma soprattutto, #NextGenerationEU prevede fondi pari a 750 miliardi di euro, concentrati su investimenti sostenibili e digitali. L’Italia riceverà quasi il 28% di questa ingente cifra (209 miliardi di euro).

Nel rapporto sui NEET in Italia il demografo Alessandro Rosina presenta diverse politiche attive del mercato del lavoro e raccomandazioni che i politici devono attuare. Una di queste è il “coordinamento centrale e l’implementazione locale”. Si tratta di programmare e implementare politiche in grado di adattarsi alle specificità del territorio guardando alle esigenze dei prossimi anni.

Le parti interessate a livello locale e regionale devono essere coinvolte in maniera trasversale a tutti i settori. Le scuole, gli insegnanti, i genitori, le organizzazioni sociali, le imprese, le camere di commercio, le autorità regionali e locali e i giovani stessi devono dire la loro e svolgere un ruolo attivo.

Una collaborazione bottom-up per un impatto sostenibile. L’esempio della rete StartNet in Puglia e Basilicata

StartNet, il progetto nato con il Goethe-Institut assieme alla Fondazione Mercator, dal 2017 mette insieme tutti i soggetti interessati alla transizione scuola-lavoro. Usando l’approccio del collective impact i diversi stakeholder si sono impegnati e hanno collaborato dal livello regionale a quello europeo. Insieme hanno creato e implementato programmi per migliorare le opportunità per i giovani in Puglia e in Basilicata. Inoltre, sono state costruite reti e partenariati europei. Lo scambio di conoscenza a livello europeo tra addetti ai lavori, policy maker e partner ha permesso di imparare gli uni dagli altri sulla costruzione di sistemi locali e catene di azione nella transizione scuola-lavoro.

A livello regionale in Puglia e in Basilicata sono ormai consolidati progetti di orientamento verticale grazie alla stretta cooperazione di enti scolastici con istituzioni, mondo imprenditoriale e Terzo settore. Le attività comprendono ricerche sul mercato del lavoro, formazione dei docenti, percorsi di orientamento e avvicinamento alle materie STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) per studenti e studentesse, ma anche azioni territoriali di contrasto alla dispersione scolastica e al fenomeno NEET. In tre anni StartNet ha coinvolto più di 10.000 studenti e studentesse, 400 docenti, 188 scuole, 70 imprese in Puglia e Basilicata.

L’esperienza di StartNet, riassunta nelle sue linee guida “Come costruire una rete regionale di impatto collettivo e un dialogo europeo per la #Transizione al lavoro dei giovani”, dimostra che coinvolgendo tutti questi attori si riesce a sviluppare un approccio olistico, che mette al centro la persona, e in particolare, i giovani.

La grande sfida della ripresa post-pandemica sta quindi nell’indirizzare bene impegno europeo, nazionale e mobilitazione dal basso verso l’alto per dare l’opportunità ai giovani di diventare essi stessi protagonisti del cambiamento verso una società più equa e sostenibile.