Gentiloni (timidamente) a favore di un fondo di stabilizzazione anti-crisi

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Ad un seminario della Bce sulla politica fiscale tenutosi giovedì scorso, il Commissario Gentiloni ha caldeggiato l’adozione a livello UE di un “fondo di stabilizzazione”, da attivare in caso di crisi. Un’idea eccellente, declinata tuttavia in modo inadeguato dal Commissario.

Gentiloni ha ricordato come già prima della pandemia fosse in discussione l’adozione di un simile fondo. La Commissione aveva proposto di finanziarlo con 55 miliardi di euro proprio per reagire ad eventuali shock e per agevolare le riforme strutturali che aumentassero la resilienza dei sistemi economici nazionali, oltre che l’avvicinamento all’euro dei paesi che ancora non l’adottano.

Una proposta che aveva poi portato ad una controproposta dell’Eurogruppo su 17,5 miliardi di euro: una “beffa”, come mi era capitato di definirla allora, visto che si trattava di una somma assolutamente inadeguata agli obiettivi che si proponeva.

Poi è arrivata la pandemia. E Gentiloni ha messo in evidenza come il tema sia stato superato dall’adozione del Next Generation EU, nel luglio 2020. NGEU che, tuttavia, ha sottolineato ancora il Commissario, può servire anche per scopi di stabilizzazione: che però “non sono nel suo DNA”.

Infatti, non è scopo del NGEU stabilizzare l’economia europea. È arrivato in risposta alla crisi pandemica; ma è servito essenzialmente a sanare gli errori di prospettiva messi in campo con l’irrigidimento delle regole fiscali nella crisi dei debiti sovrani dell’eurozona nel 2010-12.

Che succederà con la prossima crisi? Questo è il quesito che ci stiamo ponendo tutti oggi in Europa, in mancanza di una governance economica attrezzata di poteri discrezionali attivabili con prontezza, ma abbandonata a meccanismi intergovernativi sottoposti ai ricatti dell’unanimità.

E non è un caso che questo discorso sia stato tenuto ad un convegno della Bce sulle regole fiscali. Perché la Presidente Lagarde e l’intera Bce continuano a ripetere da anni (per la verità già sotto la presidenza-Draghi) che la politica monetaria non può essere lasciata da sola a stabilizzare le economie europee. Senza un meccanismo coordinato di politica fiscale che agisca in sinergia con quella monetaria si rischiano distorsioni che possono impattare negativamente sia sui divari economici sia sul consenso complessivo dei cittadini verso il processo d’integrazione europea. La politica monetaria può fare molto. Ma non abbastanza.

Ha fatto dunque bene Gentiloni a riportare nel dibattito questo tema. Che ha però bisogno di essere affrontato con ben altri strumenti che un fondo da 55 miliardi per agevolare le riforme strutturali nazionali e l’adeguamento dei sistemi economici all’ingresso nell’euro.  Non è questo il compito di un fondo di stabilizzazione.  La stabilizzazione e la reazione a crisi asimmetriche si fanno con una fiscalità sovranazionale, in coordinamento stretto con le politiche di bilancio nazionali. L’hanno fatta gli Usa dopo la crisi del 2007-08 quando hanno lanciato il consolidamento della spesa pubblica a livello dei 50 Stati e contemporaneamente un vasto programma di investimenti federali assistiti dalla politica monetaria della Fed.

Ricordo inoltre cha abbiamo un Meccanismo Europeo di Stabilità realizzato apposta per intervenire in caso di crisi asimmetriche. Certo, fino ad oggi lo ha fatto in maniera punitiva, piuttosto che preventiva e proattiva. Ma si tratta, eventualmente, di ristrutturarne la natura, la missione ed il senso, piuttosto che ignorarne l’esistenza. Ripensare il potente strumento del Mes, cambiandone la governance, o comunque facendolo rientrare nell’ambito dell’architettura istituzionale europea può essere una parte della soluzione. Così come ampliare il bilancio Ue per assecondare in maniera seria (von der Leyen ha stimato il fabbisogno in 500 miliardi l’anno) le transizioni ecologica, energetica e digitale che abbiamo di fronte. Attrezzarsi al futuro, piuttosto che rincorrerlo, è il miglior modo per stabilizzare l’economia.