Finanze al collasso in Europa, o forse no?

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Le notizie sulle finanze pubbliche in Europa in arrivo da Eurostat non colgono certo di sorpresa. Anzi, non fanno altro che certificare i dati su deficit e debito pubblico già emersi nelle ultime settimane attraverso altre fonti ufficiali (nazionali ed europee): il covid ha bloccato il continente, costringendo ad un aumento dei deficit pubblici ad un valore medio pari al 6,9% del Pil della UE27 (7,2% nell’eurozona); ed ha fatto raggiungere agli stock di debito la cifra media senza precedenti del 90,7% del Pil nella UE27 (98% nell’eurozona). Un aumento, quest’ultimo, di 13,2 punti percentuali.

Un dato che suggerisce qualche riflessione. La prima è che l’aumento del debito è quasi doppio rispetto alla caduta media del Pil europeo (-7,1%). Questo a causa degli ammortizzatori sociali e dei vari interventi a sostegno dell’economia, dell’equilibrio sociale, del potenziamento del settore sanitario.

La seconda è che il deficit aggiuntivo (6,4 nella UE27 e 6,6 nell’eurozona) corrisponde a circa 975 miliardi di euro, a fronte dei quali è stato varato dalla Bce il Piano di Acquisti Pandemici di importo superiore (prima 750 miliardi, poi un impegno di spesa per altri 1,1 trilioni). È stata dunque la Bce ad assorbire (monetizzare) l’intero effetto negativo dello shock.

Preoccupante naturalmente il dato italiano. Non tanto per il disavanzo (9,5%) o per il debito sempre più elevato (155,8% del Pil) ma perché sono decenni che il sistema-Italia non da segno di crescere. Inoltre, è vero che la Grecia sta peggio di noi col 205% di debito, ma in valore assoluto si tratta di 340 miliardi di euro, contro il nostro 155,8% che però vale 2.934 miliardi, cioè il 17% del Pil europeo. Un dato che fa tremare i polsi a tutta l’eurozona. E che può (per ora) essere ignorato solo considerando che il sistema europeo delle banche centrali ne detiene circa un quinto (riducendone quindi la volatilità).

Anche per questo le aspettative sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ieri sommariamente presentato in Consiglio dei Ministri, sono enormi. Un semplice pdf riassuntivo il documento del Ministero dell’Economia e delle Finanze, accompagnato da qualche tabella (oggi approda il documento intero). Colpisce la significativa continuità con quanto messo nero su bianco a gennaio dal governo precedente, che prevedeva un impegno di spesa complessivo pari a 222,9 miliardi di euro (193 miliardi per la Recovery and Resilience Facility e 30 del cosiddetto Fondo complementare). Il tutto organizzato in 6 missioni, 16 componenti e 48 linee di intervento.

Il piano attuale prevede 6 missioni, 16 componenti e un certo numero (più elevato, a prima vista) di linee di intervento, per impegni di spesa pari a 221,5 miliardi, di cui 191,5 (ricalcolati) dalla Recovery and Resilience Facility (RRF) e sempre 30 dal Fondo complementare. In questo caso, però, solo la parte della RRF è stata articolata nelle sei missioni, il che rende più complicato il confronto col piano precedente.

Conte II Draghi
DIGITALIZZAZIONE, INNOVAZIONE, COMPETITIVITA’ E CULTURA 46,18 42,5
RIVOLUZIONE VERDE E TRANSIZIONE ECOLOGICA 68,90 57,0
INFRASTRUTTURE PER UNA MOBILITÀ SOSTENIBILE 31,98 25,3
ISTRUZIONE E RICERCA 28,49 31,9
INCLUSIONE E COESIONE 27,62 19,1
SALUTE 19,72 15,6
Totale 222,89 191,4

 

Il raffronto per missioni fra i due schemi mostra un’unica differenza significativa: l’aumento delle risorse sul capitale umano (istruzione e ricerca), l’unico settore che, pur diminuendo l’ammontare delle risorse considerate, aumenta la dotazione anche in termini assoluti. Una buona notizia, ci pare, soprattutto dopo l’indebolimento (se non talvolta la distruzione) di capitale umano determinato dalla pandemia. E considerando che proprio di capitale umano, di creatività, inventiva, abbiamo bisogno per riprenderci.

Speriamo che proprio il capitale umano, insieme ad infrastrutture, innovazione e riforme, sia la chiave di volta per innescare una crescita endogena sostenuta nel tempo; per trasformare l’incubo dell’accresciuto debito in un effetto meramente temporaneo. E che il paese cominci finalmente a crescere, dopo decenni di desolante immobilismo, a ritmi sostenuti. Ma soprattutto con schemi mentali ed organizzativi in grado di adattarsi all’evoluzione dei contesti, piuttosto che incasellato in schemi (prima di tutto mentali) rigidi, inadatti ad affrontare le incertezze che ci riserva il futuro.