Elezioni italiane: adesso stabilità politica e progettualità

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Constitutional referendum in Italy [EPA-EFE/ANGELO CARCONI]

Finalmente si è conclusa l’ennesima tornata elettorale. E soprattutto l’ennesima campagna elettorale. Con l’affermazione del SI al referendum per la riduzione del numero dei parlamentari e il successo del centrosinistra e del centrodestra in tre regioni ciascuno. Insomma, nessuno scossone.

Una lettura attenta del voto in realtà suggerisce parecchi spunti di riflessione che non dovrebbero essere trascurati, ma questo è il mestiere degli analisti politici. Quello che ci preme mettere in evidenza in questa sede è che adesso non vi sono più ragioni per non mettere il governo in condizione di gestire al meglio questa fase delicatissima nelle scelte collettive del paese. Scelte decisive, visto che ci sono in ballo quantomeno gli oltre 200 miliardi del Recovery Plan e la programmazione sui prossimi fondi del Quadro Finanziario Pluriennale.

Il M5S ha vinto la battaglia referendaria. Il PD ha conservato tre regioni importanti. La riduzione del numero dei parlamentari nella prossima legislatura assicura che questo parlamento difficilmente si suiciderà andando alle elezioni, col rischio che una gran parte di onorevoli e senatori non rientri a Montecitorio e a Palazzo Madama. Tra l’altro con un M5S in crisi di consensi ed una Lega in forte ridimensionamento e problemi interni di leadership. Il governo Conte quindi non è in discussione.

La stabilità politica è un ingrediente cruciale sotto vari punti di vista. Il primo è che accresce la credibilità del governo in sede europea, ossia la fonte di quelle risorse che si spera possano innescare una ripresa sostenibile e duratura. Poiché l’Europa ha assunto collegialmente un impegno per finanziare e spendere le risorse del Recovery Plan, avere un interlocutore stabile favorisce il raggiungimento e la convergenza degli obiettivi nazionali ed europei.

Il secondo ha a che fare con gl’investimenti privati, che si riattivano solo se le aspettative sono per un clima sereno e favorevole alla domanda interna ed estera (oggi entrambe sofferenti), il che a sua volta passa per un clima politico orientato al lungo periodo (o almeno il più lungo possibile) e non ai quotidiani umori dettati dalle diatribe elettorali.

La stabilità politica è anche ingrediente fondamentale per un pacato e razionale dibattito sulle priorità del paese, non inquinato da logiche di raccolta immediata del consenso. A cominciare dalle strategie e le azioni concrete nelle quali articolare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e gli altri strumenti della programmazione; che ci auguriamo possano spingere sulla spesa per investimenti, invece che per quella corrente; sulla coesione sociale invece che sulle nazionalizzazioni; per realizzare infrastrutture culturali, sociali, economiche locali e reti infrastrutturali digitali, logistiche e di trasporto regionali e nazionali. E magari sul presente e il futuro del MES.

A quest’ultimo proposito, al di là delle dichiarazioni di Zingaretti, che dopo il voto ha fatto nuovamente balenare la possibilità che il governo possa accedere ai fondi del Meccanismo Europeo di Stabilità, ci preme ricordare solo tre punti: le condizioni per usare il MES sono relative unicamente alla spesa per accrescere la resilienza della sanità e del sistema-paese nel suo complesso all’emergenza pandemica (ancora in corso); trattandosi comunque di prestiti europei la sorveglianza sull’uso delle sue risorse è (giustamente) europea; i tassi d’interesse su questi soldi sono comunque negativi (quindi più convenienti rispetto al ricorso ai mercati dei capitali).

Ma non esiste solo un problema di convenienza tecnica immediata; come abbiamo già più volte segnalato, il MES è in cerca di una nuova identità, dopo la fine della stagione come strumento salva-Stati. Aiutarlo a trovare questa nuova identità, orientata alla crescita piuttosto che al rigore, credo dovrebbe essere anche nell’interesse del nostro paese. Forse adesso se ne può discutere in maniera meno ideologica.

Insomma, la stabilità politica è un prerequisito fondamentale perché la ripresa dell’economia e della progettualità dell’Italia possano avere una chance. Naturalmente, purtroppo, non è anche l’unica condizione. Ma da oggi possiamo guardare al futuro con un po’ più di ottimismo e col respiro un po’ meno corto.