Effetto-Draghi sull’economia italiana?

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Italia, spread ultimi tre mesi

In economia si studiano parecchi effetti, conosciuti per il nome di chi li ha teorizzati o evidenziati. L’effetto-Ricardo, ad esempio, ci ricorda che fu David Ricardo all’inizio dell’Ottocento il primo a mettere in evidenza il ruolo di una variazione del salario reale sulla combinazione ottimale fra capitale e lavoro nei processi produttivi. Ebbene, tutti i giornali negli ultimi mesi sembrano accreditare a Draghi un effetto straordinario sull’abbassamento dello spread. Ci troveremo ad insegnare sui manuali di economia nei prossimi anni l’effetto-Draghi?

Come ha ricordato la settimana scorsa Christine Lagarde (e come si può vedere dal grafico sopra), da quando Draghi si è insediato alla Presidenza del Consiglio in Italia, lo spread dei nostri titoli pubblici rispetto al Bund tedesco si è abbassato mediamente di una ventina di punti base. Un bel risparmio, su un debito pubblico che vola al 160% del Pil. Insomma, la reputazione personale del premier rassicurerebbe i mercati, anche indipendentemente dai risultati economici, che ovviamente non potevano modificarsi in poche settimane.

Ma diamo un’occhiata più da vicino ai dati, allargando l’orizzonte temporale di osservazione. Come si può osservare dal grafico qui sotto, considerando gli ultimi anni (invece che solo gli ultimi re mesi) la diminuzione significativa dello spread (impennatosi a seguito del governo anti-europeo fra il 2018 e il 2019, poi per l’esplodere delle incertezze derivanti dal covid) è arrivata a marzo 2020, quando la Bce ha lanciato il programma di acquisti per l’emergenza pandemica, che ha eliminato il capital key dall’obbligo degli acquisti di titoli pubblici, consentendo alla politica monetaria di intervenire in modo selettivo sui vari paesi, quindi esattamente per la riduzione degli spread. Un programma d’emergenza che Lagarde ha nei giorni scorsi confermato verrà reiterato (ed addirittura accresciuto) nel prossimo trimestre, contribuendo a tenere lo spread sotto scacco.

Italia, spread ultimi 5 anni

Questo dato dimostra ancora una volta quanto lo spread sia il frutto di una più ampia valutazione sui rischi percepiti dai mercati finanziari rispetto agl’impegni assunti da un paese. Che certo include la credibilità del sistema politico e delle performance economiche; ma soprattutto riflette il rispetto del più generale contesto di allineamento di ciascun paese agli strumenti d’intervento (di politica economica) che possono essere messi in campo in caso di crisi. Tanto che, allargando ancora lo sguardo, le riduzioni dello spread appaiono correlate principalmente all’orientamento europeo dei governi.

Italia, spread dal 2000 ad oggi

Si potrebbe persino affermare (esagerando un po’, ma meno di quanto si possa immaginare) che gl’indicatori di performance macroeconomici siano marginali nella formazione di tali aspettative. O meglio: che essi siano rilevanti solo quando la credibilità politica del paese diventa incoerente col quadro europeo che ci contiene. Insomma, l’unica conclusione plausibile, in linea coi dati illustrati, è che lo spread finisce proprio per misurare quanto il nostro sistema economico-politico si allontana dall’Europa; ossia dai centri di potere effettivo che guidano la nostra economia.

Che ci piaccia o meno (e prima o poi dovremo farcelo piacere se vogliamo guidare, piuttosto che subire, scelte sulle quali rischiamo di non incidere a sufficienza) dovremo capire che la vera scommessa del futuro è trasformare le istituzioni europee in una genuina democrazia multilivello; e spostare la battaglia politica dai centri di potere delle aule di Montecitorio e Palazzo Madama verso Bruxelles, dove si gioca la maggior parte dei nostri destini (che controlliamo solo indirettamente attraverso il governo di turno).

Se qualcuno avesse bisogno di ulteriori segnali di quanto le nostre economie, le nostre democrazie, le famiglie e le imprese europee siano interdipendenti direi che è servito. Il vero effetto-Draghi è averlo portato alla luce in maniera inequivocabile.