È il momento di accelerare sulla strada dell’integrazione europea

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

L’articolo Quando abbiamo smarrito la strada verso l’integrazione europea? a firma di Wolfgang Münchau, pubblicato martedì scorso dal Corriere, merita qualche riflessione. Il tema riguarda l’economia dell’eurozona e la valutazione dei successi e fallimenti legati al ruolo delle crisi nell’accrescere l’integrazione europea. Secondo lui la reazione della UE alla pandemia sarebbe la dimostrazione che le crisi non contribuiscono affatto a rafforzare l’integrazione, ma la indeboliscono. E si schiera contro quelli che definisce “federalisti convinti”, secondo i quali (a suo avviso) le crisi del 2008-12 e la pandemia ci avrebbero rafforzato.

Essendo il sottoscritto uno di quei “federalisti convinti”, posso rassicurare Münchau che non la penso affatto così: la crisi del 2008-12 ci ha indebolito; la pandemia ci ha semmai rafforzato. O almeno ha creato le condizioni per non ripetere i sistematici errori degli ultimi trent’anni ed avviare una trasformazione dell’economia europea in modo da renderla più coesa, efficiente, e resiliente.

All’indomani della crisi del 2008-12 la Ue ha fatto sempre più affidamento su rigide regole fiscali, laddove sarebbe invece servita un’intelligente capacità discrezionale; ha ridotto le scelte collettive all’esercizio intergovernativo del dialogo tra sordi, in cui prevale la legge del più forte (la Germania); ha rifiutato qualsiasi compromesso fra responsabilità e condivisione dei rischi. Col risultato, disastroso, che i divari sono aumentati, la Ue indebolita come attore globale, gli euroscettici saliti al potere.

Negli ultimi anni siamo rimasti prigionieri di un’impasse da cui nessuno sapeva come uscire. La strada era stata indicata chiaramente ai massimi livelli, come avevano testimoniato i documenti dei 4 Presidenti del dicembre 2012, dei 5 Presidenti del giugno 2015, della Commissione e interminabili contributi accademici, tutti orientati in una direzione: la risposta alla crisi del 2008-2012 è stata fallimentare.

Per rafforzare la stabilità e la crescita dell’economia europea occorreva procedere rapidamente verso: l’unione bancaria, per accrescere la resilienza del sistema bancario ed isolarlo dal rischio di trasmissione al sistema finanziario delle possibili speculazioni sui debiti sovrani; l’unione fiscale, evitando concorrenze sleali interne alla Ue; l’unione economica, per accrescerne la produttività e rafforzare il sistema dei beni pubblici necessari a fronteggiare le sfide interne ed internazionali; un’unione politica, per fornire legittimità democratica a questo percorso. A febbraio 2020, prima della pandemia, tutto questo rimaneva ancora nel libro dei sogni.

Ma secondo Münchau anche la pandemia ci ha indebolito, perché il Piano emergenziale di acquisti della Bce (PEPP) avrebbe mutualizzato i debiti nazionali. Eppure Münchau conosce bene la natura straordinaria di quell’intervento, varato per affrontare un’emergenza che in quel momento sembrava essere asimmetrica (e nei primi mesi lo è stata sicuramente, colpendo in particolare Italia e Spagna). Christine Lagarde aveva subito ammonito che la politica monetaria da sola non sarebbe bastata. Che occorreva anche un intervento fiscale, sia da parte delle autorità nazionali sia a livello delle istituzioni europee. E, anche in questo caso, la reazione c’è stata. Più lenta (perché la UE decide ancora col metodo ottocentesco, inefficiente e profondamente scorretto dell’unanimità), ma c’è stata: con la sospensione del Patto di Stabilità e Crescita e delle sue regole, impossibili (e insensate) da mantenere in una situazione di profonda recessione, che ha consentito di aumentare le risposte nazionali; con l’ampliamento degli aiuti di Stato, di cui la Germania è stata uno dei principali beneficiari; con il Next Generation EU, un intervento straordinario sostenuto collettivamente e volto a sanare, su questo do ragione a Münchau, divari accumularti nel passato, piuttosto che ad attrezzare davvero i paesi per il futuro.

Non sono infatti tra coloro che sognano un NGEU permanente. Sono invece per un debito pubblico europeo permanente, in grado di sostenere i colossali investimenti necessari per sostenere le transizioni digitale, ecologica, e per attrezzare l’Europa di una strategia industriale in grado di competere globalmente con i colossi americani, cinesi, indiani, russi, etc.

La strada verso l’integrazione europea fondata sulla condivisione della sovranità in alcune aree cruciali prima di competenza esclusiva degli Stati-nazione l’abbiamo smarrita già negli anni Cinquanta, quando abbiamo pensato di poter fare l’Europa lasciando tutte le principali competenze cruciali agli Stati; quando abbiamo pensato di poter costruire un’economia europea senza un bilancio europeo, se non quello generosamente (si fa per dire) devoluto dai contributi dei singoli paesi; quando abbiamo pensato di poter essere un attore globale credibile senza una politica estera unica, e con 27-28 eserciti diversi; quando l’unica istituzione sovranazionale, l’euro, è stato affidato ad un sistema di regole che imbrigliavano le sue economie in una gabbia di regole fiscali insensate, soprattutto in caso di crisi.

In realtà anche Münchau, al di là dei toni, appare schierato per un’Europa federale. È lui stesso a lasciarselo sfuggire. Quando sostiene che nel 2008-2015 dovevano essere creati degli eurobond come “strumento di debito di un’unione fiscale federale”, che la Bce potesse acquistare al posto dei debiti sovrani nazionali. E che “Un’Europa federale […] avrebbe potuto diventare uno dei governi più snelli al mondo, con un bilancio attorno al 5 percento del PIL”. Già. Invece oggi la Ue è una forma ibrida, ancora incerta se diventare una federazione o ripiegare in una confederazione di Stati nazione, ognuno geloso custode di una sovranità senza capacità di soddisfare alcuno dei bisogni dei suoi cittadini; con un bilancio da decenni fermo all’1% del PIL.

È un peccato che l’intelligenza di un osservatore attento come Münchau sia sprecata in critiche, oltretutto mal indirizzate. Abbia il coraggio di riconoscersi fra coloro che intendono realizzare un’Europa federale; e dia una mano a costruirla.