Draghi’s Bond

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

Mario Draghi

A leggere I giornali di ieri sembra quasi che sia la prima volta che Mario Draghi sostiene la necessità degli eurobond, un titolo fiscale comune europeo, come ha fatto nel suo intervento di giovedì sera al Consiglio. Certo, è la prima volta che lo fa da capo di governo di uno Stato membro. Ma l’aveva già fatto, esplicitamente, pochi mesi prima di lasciare la presidenza della Bce.

Vi sono ottime ragioni, interne ed internazionali, per la creazione di un titolo di debito pubblico europeo permanente. La prima è aiutare la politica monetaria, in caso di emergenza (come quella in cui siamo trovati nell’ultimo anno) a risollevare l’economia, altrimenti a rischio di rimanere bloccata in una trappola della liquidità dalla quale ancora oggi non vediamo via d’uscita. Non è un caso che anche i falchi più reticenti su un debito collettivo europeo si siano piegati alla logica del Next Generation EU, da finanziare tramite un’emissione congiunta: perché era l’unico modo per condividere l’onere di una ripresa altrimenti asimmetrica, che avrebbe però finito per impattare negativamente su tutti.

La seconda è la necessità di avviare una concreta transizione del sistema monetario internazionale dopo la fine dell’egemonia del dollaro, di fatto in corso da parecchi anni. Rendere stabile uno strumento di debito ad altissima valutazione di rating consentirebbe alle potenze esistenti ed a quelle emergenti di differenziare lo stock delle proprie riserve eliminando quell’asimmetria del dollaro sulla quale si sono costruite negli ultimi vent’anni le pericolosissime global imbalances. Un passo che va nell’interesse comune europeo, non solo di alcuni paesi.

Naturalmente, non si tratta del momento Hamiltoniano, inteso come condivisione di debiti pregressi, come qualcuno ancora oggi paventa. Ma di investimenti comuni, di finanziare collettivamente beni pubblici ormai realizzabili in maniera efficiente solo su scala europea.

Chissà che, dopo aver portato la Bce su un diverso sentiero di politica monetaria, Draghi non riesca anche a rendere permanente uno strumento di controllo della politica fiscale al servizio della stabilità e della crescita. Magari tornando sulla sua vecchia proposta di trasformare a tale scopo lo European Stability Mechanism, facendolo rientrare pienamente sotto il controllo delle istituzioni della Ue.