Dietro la ripresa lo spettro delle regole fiscali

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La scultura dell'euro di fronte all'edificio principale della Bce a Francoforte sul Meno. [EPA-EFE/RONALD WITTEK]

Tutti i dati previsionali indicano un netto miglioramento macroeconomico nella Ue già nel 2021, ed un ritorno a condizioni analoghe (se non migliori) a quelle dell’epoca pre-Covid nel 2022. Lo hanno confermato nelle scorse settimane anche Dombrovskis e Gentiloni. Una buona notizia; che tuttavia rischia di innescare un rapido ritorno alle regole economiche pre-Covid, esiziali per l’Italia.

È noto infatti che, una volta terminata l’emergenza pandemica, stando almeno alle dichiarazioni espresse durante il Covid, verranno ripristinati tutti i meccanismi di controllo della finanza pubblica che vanno sotto il nome di governance economica europea. In realtà, l’eventualità che vengano automaticamente ripristinate tutte le regole precedenti, senza modifiche, è lontana. La Bce, tramite Isabel Schnabel, ha ribadito proprio mercoledì scorso la necessità di una sua revisione, che consenta maggiore flessibilità fiscale. E lo stesso Fiscal Board ha più volte affermato che il Patto di Stabilità deve essere cambiato e che il sentiero di rientro dal debito previsto dal Fiscal Compact va ripensato completamente per essere realistico, adattandolo (in buona sostanza) alle esigenze reali di ciascun paese.

Niels Thygesen (European Fiscal Board): "Bisogna ripensare il Patto di stabilità e crescita"

Secondo il presidente dell’Efb ora che il rapporto debito/Pil è schizzato di oltre il 15% in media nell’Eurozona, rispetto al 2019, la norma di rientro del debito deve essere allentata.
La scorsa settimana lo European Fiscal Board (EFB) ha presentato il …

Ma il dibattito sul futuro assetto della governance economica è aperto e gli schieramenti a confronto stanno già scaldando i motori. Economisti ed apparati burocratici di tutta Europa stanno predisponendo argomentazioni per negoziare le posizioni che riflettano meglio gl’interessi dei vari paesi. E questo è il primo problema, perché ripercorrere vecchie logiche di contrapposizione fra rigoristi ed espansionisti (che si traduce poi in contrapposizioni fra paesi) finirebbe per accentuare le divisioni interne alla Ue, rendendola sempre meno capace di riposte che ancora oggi si basano sull’unanimità, quindi sulla necessità di raggiungere un qualche consenso.

I falchi del rigore hanno iniziato da tempo a martellare col mantra che il ritorno alle regole fiscali è inevitabile, e che i paesi con parametri fiscali meno in linea con quanto previsto farebbero meglio a rimettersi al più presto in regola, per evitare di incorrere poi nelle sanzioni di Bruxelles. Allo stesso tempo, le retoriche della spesa pubblica nazionale libera sembrano non accontentarsi del dito, o meglio del braccio, messo a disposizione dalla Ue sotto forma di debito comune (il NGEU) ma pretendono una politica fiscale perennemente espansiva.

Esiste una posizione ragionevolmente valida per l’intera Ue? Che consenta di assicurare il controllo dei debiti pubblici, e la conseguente stabilità della moneta, ed allo stesso tempo di poter spendere per investimenti utili alla crescita del potenziale economico europeo? Osiamo sperare che su questi temi si apra nelle prossime settimane un dibattito pubblico serio ed informato, in Italia e nell’intera Unione Europea. Che non investa solo le regole fiscali, ma anche la politica industriale, della ricerca ed innovazione, l’impianto impositivo e gli stessi meccanismi di decisione collettiva.

Intanto, proviamo ad indicare qualche punto fermo. Primo, occorre fermare la spesa pubblica improduttiva, con un’opera di razionalizzazione (il che non necessariamente significa ridurla ma renderla più efficiente) che può essere portata avanti solo a livello nazionale. Secondo, basta modelli di sviluppo basati su settori senza mercato; o su imprese senza mercato. Anche in questa ottica, tanto per fare esempi a noi vicini, vanno ripensate Alitalia (o quel che ne resterà), Ilva, e tante altre imprese che soffrono, più che altro di mancanza di visione, di logiche industriali di breve periodo, volte a spolpare lo spolpabile e poi attendere aiuti di Stato.

Terzo, le regole fiscali vanno ripristinate per evitare che le debolezze di uno o più paesi degenerino nell’indebolimento della credibilità complessiva della Ue; mentre va passato il potere d’indebitamento, in maniera stabile, alla Ue. Come suggeriva già Padoa-Schioppa: agli Stati il rigore, all’Unione la crescita; perché solo su scala europea oggi è possibile partecipare alla competizione globale per le risorse, l’innovazione tecnologica, la spartizione dei mercati con qualche speranza di giocarsela. Quarto, allo stesso tempo, tali regole devono essere realisticamente implementabili, altrimenti genererebbero solo risentimento sociale (facilmente trasformabile in consenso politico) ed alibi per non essere messe in atto. Quinto, la riforma delle regole non può prescindere da una riforma della normativa fiscale nei singoli Stati e nell’Unione Europea, per evitare dumping fiscale e distorsioni distributive.

Il Covid e la risposta europea alla pandemia hanno segnato una nuova era nelle relazioni economiche continentali ed internazionali. Dobbiamo attrezzarci al più presto alle sfide del futuro. Prima lo capiremo e maggiori chance avremo di non rimanere schiacciati dalla concorrenza delle altre grandi potenze. Solo in questa ottica più ampia, il dibattito sulle regole fiscali può evitare di tornare ad essere un semplice scontro fra ideologie.