Dalla solidarietà finanziaria a un’unione sociale e federale

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

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La creazione di un’obbligazione federale aprirà la strada a una tesoreria e a una tassazione comune dell’UE. Tuttavia, questa unione finanziaria ad hoc concordata dal Consiglio europeo è per lo più un affare intergovernativo, ed è necessario dare un ruolo più forte al Parlamento europeo per raggiungere una comunità politica più forte e più sociale, scrive un gruppo di sei legislatori europei.

Gli autori sono: Domènec Ruiz Devesa (S&D); Salvatore De Meo (PPE); Guy Verhofstadt (Renew); Daniel Freund (Verdi/EFA); Helmut Scholz (gruppo della Sinistra al Parlamento europeo); Fabio Massimo Castaldo, eurodeputato non iscritto e vicepresidente del Parlamento europeo. Questo articolo di opinione è stato presentato in esclusiva a EURACTIV.

L’accordo raggiunto dal Consiglio europeo il 21 luglio sulle proposte di Parlamento e Commissione e confermato l’11 dicembre 2020 con l’approvazione del Quadro finanziario pluriennale 2021-2027, è stato ampiamente riportato come una grande svolta nell’integrazione europea. Giustamente.

Per la prima volta, una grande emissione di obbligazioni da parte dell’Unione europea finanzierà in parte le spese di bilancio e i trasferimenti diretti agli stati membri e ai settori più bisognosi di assistenza a causa delle conseguenze economiche e sociali derivanti dalla chiusura forzata per la pandemia di coronavirus.

Inoltre, almeno sulla carta, i leader dell’UE hanno concordato sulla necessità di introdurre forme di tassazione paneuropee (sulle piattaforme digitali, sulle emissioni di CO2, forse anche sulle transazioni finanziarie), al di là di una modesta tassa sulla plastica non riciclata per finanziare questa annosa questione dell’emissione di debito comune.

Anche se il prezzo strappato agli stati membri “frugali” in cambio del loro sostegno all’accordo (inclusi sconti di bilancio più alti, un bizzarro meccanismo intergovernativo per interferire negli esborsi, e minori ambizioni per il bilancio ordinario a lungo termine) è alto, alcuni pensano all’accordo come a un momento hamiltoniano, se non nei dettagli (l’UE non sta mutualizzando i debiti passati), certamente nel suo spirito (la creazione di un bond federale che più avanti aprirà la strada a una tesoreria e a una tassazione comune).

Sia come sia, tecnicamente parlando, si tratta di un’unione finanziaria temporanea (l’emissione di 750 miliardi di euro dovrebbe essere una tantum), che sarà sostenuta da un’unione fiscale che sarà introdotta in seguito.

Rendere questo accordo una caratteristica permanente degli strumenti di politica economica dell’Unione non sarà, in ogni caso, un compito facile. I “frugali” e gli stakeholders dietro il suo modello di business, sebbene indeboliti dalla partenza del Regno Unito, si opporranno comunque in modo aggressivo a qualsiasi nuova emissione di obbligazioni che non sia legata alla pandemia.

Per quanto riguarda la dimensione fiscale, il tradizionale attaccamento delle istituzioni degli stati nazionali alla prerogativa fiscale è ben noto. Inoltre, dato che qualsiasi nuova fonte di finanziamento dell’UE deve essere approvata all’unanimità dal Consiglio, così come dai 27 parlamenti nazionali, questo risulterà con ogni probabilità in un processo tortuoso nel migliore dei casi o, nel peggiore, in un ennesimo vicolo cieco per l’UE sulle nuove entrate comuni.

Eppure, gli ottimisti scommettono sul fatto che ora la moneta comune, l’euro, con il suo impatto sulla vita quotidiana di tutti gli europei sia una sorta di bene sicuro; sarà quasi inevitabile emettere ulteriori emissioni di debito oltre il 2023, soprattutto in un contesto di continue difficoltà economiche, mentre gli stati membri potrebbero allo stesso tempo scegliere di concordare un qualche tipo di tassazione UE piuttosto che aumentare i loro contributi nazionali diretti.

Gli eurofili veterani ipotizzano un affare qui: se gli sconti devono diventare permanenti, allora anche l’emissione di debito UE dovrebbe diventare permanente.

Tuttavia, anche se questo fosse il caso, non dobbiamo dimenticare che questa unione finanziaria ad hoc concordata dal Consiglio europeo è per lo più un affare intergovernativo. Secondo le attuali regole del Trattato di Lisbona, è il Consiglio che approva esclusivamente l’emissione di debito (articolo 122), e le risorse finanziarie dell’Unione (articolo 311).

Il Parlamento europeo non gioca alcun ruolo nella prima istanza, ed è solo consultato nella seconda. Anche se non bisogna dimenticare che l’appoggio del Parlamento europeo è richiesto per la parte relativa alla spesa del bilancio.

L’anomalia di un Parlamento che non ha un ruolo reale nelle entrate del bilancio (sia sotto forma di debito che di tasse), ma che ha un ruolo decisivo nelle spese, è una parte nota del quadro istituzionale dell’UE.

Questo squilibrio politico e costituzionale diventa ancora più evidente se il debito diventa uno strumento di finanziamento standard e le entrate vengono riequilibrate dai contributi diretti dei bilanci nazionali verso tasse paneuropee che ricadranno su attività transfrontaliere (piattaforme digitali ed emissioni di C02, per esempio) e quindi su specifici cittadini e imprese dell’UE.

L’introduzione di queste nuove fonti di entrate per l’UE, provenienti da una tassa sui profitti realizzati dalle grandi piattaforme digitali, dagli evasori fiscali e dagli inquinatori, da un settore che approfitta delle azioni finanziarie transnazionali, ci permetterà di rimborsare i fondi presi in prestito sui mercati finanziari ma anche di correggere l’asimmetria nei confronti di alcuni attori (come le multinazionali) che finora sono riusciti a non contribuire alle casse pubbliche.

Ci aiuterà anche a mettere il Green Deal e il Pilastro europeo dei diritti sociali al centro della ripresa economica dell’UE.

Tuttavia, è difficile capire perché queste tasse dovrebbero essere approvate dai parlamenti nazionali, quando non sono effettivamente forme nazionali di tassazione. Tali tasse non sarebbero approvate nemmeno dal Parlamento europeo, né tanto meno, con ogni probabilità, dal Consiglio (dove tutti gli stati membri sono rappresentati).

Al di là della questione democratica, non è semplicemente sostenibile che decisioni così fondamentali siano tenute in ostaggio da veti nazionali.

Quindi, per trovare qui nuovi approcci e soluzioni: non è necessario solo un Parlamento europeo più forte, ma anche un Consiglio più trasparente ed efficiente, che lavori mano nella mano con il Parlamento, in un sistema bicamerale.

Una comunità sociale e politica più forte è la logica contropartita della nascente unione finanziaria e fiscale. La tanto attesa Conferenza sul futuro dell’Europa, bloccata dal Consiglio, è ora più che mai necessaria per affrontare queste questioni fondamentali. Dovrebbe iniziare il più presto possibile.