Covid-19 ed Economia: l’Europa verso una svolta storica, ma in Italia domina l’incertezza

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Italia-Europa

L’impatto della pandemia Covid-19 avrebbe potuto sospingere verso un drammatico baratro politico, prima ancora che economico e finanziario, il progetto di integrazione europea (soprattutto quel livello più avanzato ma anche più fragile che è l’Eurozona), già indebolito da oltre un decennio di doppia crisi e da gravi errori e ritardi di policy (si pensi soprattutto agli anni 2010-12 dell’austerity come presunto strumento di sostenibilità del debito pubblico e crescita economica nonché ai ritardi ed errori di politica monetaria prima dell’arrivo di Draghi nel novembre 2011); un progetto europeo già minacciato da un antieuropeismo crescente simbolicamente culminato nel primo “restringimento” della sua storia (Brexit).

E invece no, forse anche come una sorta di “istinto di sopravvivenza”, questa volta la risposta europea c’è stata e ci sono buone possibilità che sia completata nella sua dimensione quali-quantitativa. Infatti, pur dopo qualche non piccola indecisione (si pensi alla Lagarde del 12 marzo in conferenza stampa sulla “chiusura degli spread” nonché all’iniziale posizione della Merkel assieme ai leader dei piccoli paesi “frugali”), la BCE il 18 marzo ha lanciato un nuovo “Quantitative Easing” per l’emergenza pandemica per 750 miliardi di acquisti (soprattutto di titoli di stato, inclusi quelli “spazzatura” della Grecia) entro fine anno, in forma “flessibile” (cioè rimuovendo i vincoli agli acquisti e l’ancoraggio rigido alla capital key che rimane solo un benchmark) e il 4 giugno lo ha ulteriormente potenziato aggiungendo altri 600 miliardi, estendendo la durata almeno fino a fine giugno 2021, confermando la flessibilità negli acquisti dei titoli di stato e – addirittura – prevedendo il “reinvestimento” fino ad almeno fine 2022.

Questa ultima caratteristica, già introdotta con il QE (I e II) di Draghi, costituisce di fatto un intervento di “quasi monetizzazione di una parte dei debiti pubblici nazionali” dei paesi dell’Eurozona. Si consideri, ad esempio, che a fine 2020 la BCE deterrà ben oltre il 20% dei titoli di stato italiani (e tale percentuale potrebbe avvicinarsi al 30% a fine 2021).

Inoltre, anche le altre istituzioni europee (Parlamento Europeo, Commissione Europea, Consiglio Europeo) hanno rapidamente sospeso i limiti di deficit del Patto di Stabilità e Crescita e le regole sul divieto di “aiuti di stato” e, superata la primissima fase emergenziale in cui ogni paese si è mosso anche in ordine sparso, hanno gradualmente virato verso una vera e propria svolta storica, avviata con la proposta franco-tedesca e poi sancita dalla proposta ufficiale del 27 maggio della Commissione Europea “EU Next Generation” che, in estrema sintesi, indica la via dell’emissione di debito comune per un importo rilevante e senza precedenti (750 miliardi) con 500 miliardi da usare come trasferimenti e i restanti come prestiti a media e lunga scadenza e a tassi bassissimi.

È vero, è ancora una proposta, ma le possibilità sono buone che si arrivi ad una accordo accettabile anche per l’Italia (il paese più colpito che sarebbe il maggior beneficiario) durante il semestre di presidenza tedesca che inizierà il 1 luglio. Peraltro tale novità storica si va ad aggiungere agli altri interventi minori ma non irrilevanti (MES con prestiti per spese dirette e indirette sulla sanità, SURE e prestiti BEI). È evidente che, in un contesto di forte incremento dei deficit e debiti nazionali, prevedere la creazione di un debito comune europeo costituisce un importante aiuto soprattutto per quei paesi, l’Italia in primis, che già prima della pandemia avevano un debito elevato (oltre 2.400 miliardi, circa il 135% del Pil). La Merkel si è probabilmente anche resa conto che mettere a forte rischio di sostenibilità (non solo sul debito pubblico ma anche sul piano politico, economico e sociale) l’Italia vorrebbe dire determinare gravi pericoli di disgregazione dell’Eurozona e un sicuro danno per l’economia della Germania. Insomma, è ragionevole ritenere che – come ha anche ricordato Ignazio Visco nelle sue “Considerazioni Finali” pronunciate il 29 maggio – l’Europa non può far a meno dell’Italia ma anche l’Italia ha bisogno dell’Europa.

A questo punto, oltre alla concretizzazione nei prossimi mesi dell’”EU Next Generation”, per il nostro paese si tratta ancora di capire se saprà cogliere bene una opportunità storica in termini di risorse europee nonché di risorse nazionali utilizzabili in deficit (previsto oltre il 10% nel 2020).

Finora è prevalsa una logica di tipo emergenziale, in parte inevitabile, fondata soprattutto su prestiti bancari garantiti e sostegni al reddito che hanno peraltro tardato e tardano ancora ad arrivare “a destinazione”; anche il Decreto “Rilancio” non solo contiene pochi interventi favorevoli alla crescita economica (il superbonus edilizio è fra questi) ma rischia di trasformarsi in un “assalto alla diligenza” nella fase di conversione in legge.

I dati Istat dell’8 giugno (-8,3% del Pil nel 2020 e forte crollo delle ore lavorate e dell’occupazione nonché previsioni molto insoddisfacenti per il 2021 con recupero di solo circa il 50% della recessione) confermano tutta la gravità economica, occupazionale e sociale della situazione italiana. È cruciale che il Governo imprima una svolta sulla qualità progettuale e sulla capacità di spesa delle ingenti risorse pubbliche, non solo quelle europee, rilanciando fortemente gli investimenti pubblici (soprattutto di medie e piccole dimensioni e diffusi sul territorio nonché quelli relativi al sistema sanitario, lo sviluppo green e il digitale), le spese in istruzione (in particolare quella terziaria e soprattutto nei corsi STEM) e in ricerca scientifica (sia di base che applicata).

Purtroppo, almeno per ora, nel nostro paese sembra prevalere un forte e diffuso senso di incertezza che, attraversato il picco dell’emergenza sanitaria, continua ad essere alimentato dall’atteso picco dell’emergenza economica e sociale nel prossimo autunno; senza una pragmatica ed efficace azione di Governo, capace di “spendere presto e bene le risorse pubbliche”, l’Italia rischia un rimbalzo economico insoddisfacente nel 2021 e di proseguire poi con un trend di sostanziale stagnazione, diffusa povertà e persistente disoccupazione. Tale scenario è assolutamente da evitare anche perché vanificherebbe la portata storica e gli sviluppi politici della attuale svolta europea.