Conti a rischio: ecco perché riapriamo già a fine aprile

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Ufficio Parlamentare di Bilancio

Molti commentatori hanno espresso perplessità sul fatto che l’Italia riapra la maggior parte delle attività produttive già dal 26 aprile. Secondo alcuni, i dati epidemiologici non consentirebbero di avviare la riapertura del paese con le tappe indicate dal governo.

Perché allora riapriamo? Per una ragione molto semplice: altrimenti non tornano i conti. Quelli sui quali il governo ha basato la bozza del Documento di Economia e Finanza che guida l’azione e valuta i vincoli di politica economica. Lo ha messo nero su bianco l’Ufficio Parlamentare di Bilancio in una lettera al Ministro Franco, resa pubblica nella notte di venerdì.

L’Ufficio è chiamato ad esprimersi e validare le previsioni presentate dal governo. E il giudizio espresso è che ad oggi è impossibile prevedere l’andamento della pandemia, la durata delle restrizioni, le misure che potrebbero venire adottate per contrastare ulteriori difficoltà legate alla pandemia. E quindi che, in assenza di dati certi, le previsioni del governo sono buone fino a prova contraria.

Il governo ha cioè presentato stime del Quadro Macroeconomico Tendenziale ottimistiche (collocandosi in prossimità dei valori più alti dei vari intervalli stimati dall’UPB e da altri istituti indipendenti), ma senza oltrepassarle (probabilmente per non incorrere nella censura formale dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio). Allo stesso tempo, quelle stime si basano tutte sull’ipotesi della riapertura ad aprile: “Le stime del panel scontano il graduale venire meno delle restrizioni per il contrasto al COVID, già nel corso del mese di aprile; un prolungamento di tali restrizioni configurerebbe rischi al ribasso sul secondo trimestre”.

Ecco perché il 26 aprile iniziano le riaperture. Non sono cambiati in modo netto i rischi epidemiologici. Il più volte annunciato cambio di passo sui vaccini sconta ancora limiti obiettivi di approvvigionamento e incertezze regolatorie. Ma non iniziare a riaprire sarebbe esiziale per i conti pubblici italiani (oltre che un problema di tenuta sociale e politica del governo), anche perchè presupporrebbe ulteriori ‘sostegni’.

Non proprio un dato incoraggiante per i consumi, sui quali tra l’altro il governo scommette in maniera massiccia per la ripresa, visto che le stime considerano marginale l’apporto della crescita delle esportazioni e si basano interamente sull’aumento della domanda interna. In un clima ancora di forte incertezza, pensare che i consumi riprendano in maniera significativa è quantomeno ottimistico.

A questo si aggiunga che l’altra ipotesi cruciale sulla quale si fonda il DEF è, naturalmente, che le risorse del Recovery Plan arrivino nei tempi previsti e vengano prontamente ‘messe a terra’, iniziando cioè a generare immediatamente effetti moltiplicatori sul reddito e sulla domanda aggregata. Un auspicio credo unanime nel paese, che tuttavia si scontra con l’esperienza del passato. Che ci ricorda come in sette anni di programmazione dei fondi europei, siamo riusciti a ‘metterne a terra’ nei tempi previsti solo il 40 per cento.