Condizionalità: due pesi e due misure

DISCLAIMER: Le opinioni espresse in questo articolo riflettono unicamente la posizione personale dell'autore/autrice.

Italia-Europa

Il dibattito che si è parto in Italia sulle condizioni da imporre alle imprese che accedono ai prestiti assistiti dallo Stato ha alcuni risvolti interessanti; che non sono stati ancora ben compresi e che occorre invece rendere espliciti.

Non entro nella questione di merito se una parte di FCA abbia diritto ad avere un prestito dallo Stato a tassi privilegiati. Mi pare evidente che, se lo ha chiesto, è perché (allo stato attuale) la normativa lo consente. Così come la stessa normativa, sia italiana sia europea, consente ad un’impresa di spostare la sua sede fiscale in Olanda, Inghilterra o in qualsiasi altro posto del mondo. Semmai non dovrebbe essere consentita una competizione (al ribasso) sulle imposte delle società; ma questo è un altro problema, oltretutto di natura globale, neanche solo europea, che andrebbe affrontato con strumenti di governance globale che ad oggi ancora non esistono.

Strumenti che, in linea di principio, in Europa esisterebbero; ma sono sottoposti alla perversa regola del voto all’unanimità, ossia quanto di più antidemocratico possa essere concepito per una scelta collettiva. Ma questo è il frutto di un’Europa ancora di natura confederale, che sarà presto spazzata via: da una trasformazione interna, volontaria, delle sue regole decisionali; o dalle pressioni della storia e dalla competizione internazionale.

È vero, allo stesso tempo, che le risorse pagate dal contribuente italiano dovrebbero avere ricadute sul sistema economico italiano. E sta al governo fissare i paletti, le ‘condizioni’ alle quali ciò deve avvenire. Da qui il dibattito, acceso, su quali condizioni debbano essere chieste a FCA e ad altre imprese per accedere ai finanziamenti del paese, che qualcuno vorrebbe fossero particolarmente stringenti. Non solo in termini di ricadute occupazionali, ma anche di tributi pagati allo Stato italiano, col rientro in Italia della sede fiscale.

Anche su questo, non è mia intenzione discutere della legittimità di scegliere una condizione piuttosto che un’altra. O magari chiedere di soddisfare molte condizioni tutte insieme. Quello che mi preme sottolineare è che gli stessi paladini della ‘condizionalità’ sull’erogazione dei fondi nazionali sono contrari a qualsiasi condizionalità sui fondi provenienti (verso l’Italia) dall’Unione Europea. Si pensi al dibattito sul MES, o alle posizioni pregiudiziali contro un Recovery Plan fatto (anche) da trasferimenti e prestiti condizionati al raggiungimento di specifici obiettivi fissati in sede comune. O ancora all’opposizione alle ipotesi (poi cadute) di sottoporre le deroghe sulla normativa agli aiuti di Stato a condizioni ‘green’, come era stato caldeggiato dalla Commissione.

Un dibattito che ha visto l’opinione pubblica schierata in modo praticamente unanime contro ogni condizionalità, o al massimo favorevole solo ad una condizionalità leggera, per l’accesso ai fondi europei. Eppure, con la stessa logica che applichiamo all’uso delle risorse nazionali dovremmo avere il coraggio di ragionare sull’uso delle risorse collettive europee.

Dobbiamo imparare che chi mette a disposizione delle risorse è corretto che imponga il modo in cui esse devono essere spese; che si tratti di risorse nazionali o europee. In un mondo nel quale le attività economiche, politiche, sociali sono ormai articolate su vari livelli di governo è necessario abituarsi all’idea che ciascun contribuente paghi imposte e riceva beni e servizi collettivi da una molteplicità di livelli di governo: locali, nazionali, europei e globali. E che le regole da applicare debbano essere le stesse.

Personalmente, sono a favore di una stretta condizionalità all’uso delle risorse nazionali. Ma sono altrettanto favorevole ad una stretta condizionalità sull’uso delle risorse europee. Perché spargere denari a pioggia sugli appetiti delle corporazioni nazionali non aiuterebbe il paese ad uscire da una delle più drammatiche crisi economiche della sua storia. Ma soprattutto perchè è corretto che sia la volontà che si viene a formare collegialmente in sede europea a decidere su quali indirizzi strategici far arrivare le risorse messe a disposizione, collettivamente, in sede europea. Per coerenza; per non avere due pesi e due misure.