Compromesso europeo: un poliedro con tante facce

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E così, alla fine, il Consiglio europeo ha portato a casa il compromesso. Che, in quanto tale, consente a tutti i capi di Stato e di governo di rientrare nei rispettivi Paesi e vendere al proprio elettorato la parte dell’accordo che lo proclama vincitore.

Per l’Italia è un successo, senza precedenti. Si stima che arriveranno 209 miliardi (il 12% del nostro Pil), invece dei 173 previsti sulla base della proposta della Commissione: una differenza di circa 36 miliardi, in positivo. Differenza che, come ha fatto notare Federico Fubini stamani sul Corriere, guarda caso corrisponde ai fondi del Mes ai quali Conte ha sempre detto di non voler accedere. La cosa divertente, in questa partita negoziale, è che mentre i soldi del Mes non avrebbero determinato condizionalità, nessun controllo sulla spesa (se non che i soldi fossero impiegati per accrescere la resilienza del sistema sanitario, cosa che comunque dovremo fare), i fondi sul Next Generation Eu saranno sottoposti al vaglio attento di tutte le istituzioni europee; sia in sede di preventivo che di consuntivo.

Dovremo infatti stilare un piano di spesa, che dovrà essere coerente con le indicazioni e le priorità stabilite dalla Commissione; piano che poi dovrà essere sottoposto all’approvazione a maggioranza qualificata del Consiglio (è il passaggio preteso dall’Olanda, anche se avrebbe preferito che il Consiglio si esprimesse all’unanimità; un punto per fortuna non coerente coi Trattati).

In realtà, si tratta di priorità che avrebbero dovuto essere le nostre già da molti anni; ma che i governi di turno hanno sempre piegato alle loro esigenze di raccolta del consenso elettorale.

Priorità che garantirebbero una crescita sostenibile al Paese; ma che scontentano gli appetiti di molti. Perché l’Italia è un Paese abituato a vivere di rendite, piuttosto che di redditi; a privilegiare le pensioni, piuttosto che creare occupazione; i settori maturi, invece che l’innovazione; la spesa improduttiva, invece che la formazione del capitale umano e la ricerca.

Un successo negoziale di Conte e del governo italiano, dicevamo. Che ottiene gli stessi fondi previsti (Mes compreso) senza rischiare la tenuta del governo; ma, per fortuna di noi cittadini, con maggiore condizionalità, ossia mettendo il Paese il più possibile al riparo dagli appetiti sconsiderati dei partiti. Fondi raccolti collettivamente, in maniera solidale, da tutta Europa. Col contributo, quindi, prima di tutto, dei contributori netti, a cominciare da Francia e Germania che vedono in Conte l’unico interlocutore credibile oggi disponibile sulla scena politica italiana. Risorse quindi, giustamente, sulla cui destinazione è chiesto di dare conto a tutta Europa.

Un successo per l’Europa dei governi, a scapito dell’Europa dei programmi, le cui risorse dovranno essere ridotte. Un successo pagato a caro prezzo; ad esempio rinunciando a sanzionare Ungheria e Polonia per le loro violazioni sullo stato di diritto. D’altronde, proprio questi sono stati i punti principali del compromesso. Ce ne faremo una ragione; anche se ciò significa indebolire complessivamente la Ue come baluardo a difesa dei cittadini, anche contro i loro governi.

Adesso che l’accordo in Consiglio è stato raggiunto, ci sono ancora in agguato alcune trappole.

La prima è che l’accordo deve essere votato dal Parlamento europeo, che potrebbe mettere il veto su un compromesso al ribasso sul bilancio pluriennale, quindi peggiorativo per molti programmi europei di successo. Ma è difficile immaginare che il compromesso non abbia coinvolto, come attori privilegiati (per quanto in ombra), Commissione e Parlamento. Quindi sarà presumibilmente un passaggio solo politico.

Più delicata sarà invece la discussione su come finanziare il debito che verrà emesso per finanziare il Next Generation Eu. Stante il fatto che sarà il bilancio europeo a garantire le obbligazioni collegiali, la partita delicata è privilegiare il ricorso alle risorse proprie, piuttosto che ai contributi nazionali, per finanziarlo. Un’altra decisione da assumere all’unanimità.

Il terzo nodo da sciogliere è quello temporale. Perché i soldi non saranno disponibili prima del prossimo anno. Ma il Tesoro avrà problemi di liquidità ben prima di quella data, ed occorrerà trovare una soluzione. Ma magari verrà in soccorso il ritrovato orgoglio nazionale (o il timore, prima o poi, di una patrimoniale), a spingere un’ampia platea di investitori a sottoscrivere le centinaia di miliardi necessari per arrivare al 2021.

Per oggi, accontentiamoci di gioire dei lati positivi, quelli esposti al sole ed ai flash del media, dell’accordo raggiunto.