Come accrescere l’impatto sull’economia italiana del Recovery Plan

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Se la consapevolezza è il primo ingrediente del successo, il fatto che il nostro governo sia preoccupato per la capacità del sistema-paese di ricevere e ‘mettere a terra’ gli oltre trecento miliardi di euro che pioveranno sull’Italia da qui al 2027 è confortante. È esattamente quanto emerso dal dibattito che abbiamo avuto venerdì scorso con la viceministra al MEF Laura Castelli. Almeno tre sono i problemi in questo delicato processo.

Primo: snellire le procedure in modo che progetti di investimento strategici non si intoppino nelle pieghe della burocrazia e della deresponsabilizzazione amministrativa. A questo dovrebbero servire la riforma della giustizia e della pubblica amministrazione.

Secondo: trattenere il più possibile i moltiplicatori fiscali. Un aumento della spesa può avere maggiore o minore impatto sull’economia a seconda di quanto reddito aggiuntivo riesce a generare, il che a sua volta dipende dalla velocità con la quale il sistema economico fa girare le risorse (correlata alla fiducia ed alle aspettative, quindi difficilmente guidabile) e dalla propensione ad importare. Si tratta quindi di capire se l’Italia dovrebbe cercare di adottare una strategia di import substitution (sostituzione delle importazioni, ovvero di produzione nazionale di beni che solitamente importiamo), se ciò sia efficiente e se sia possibile.

Dato il grado estremamente elevato di interdipendenza dei sistemi economici europei, non è necessario (né utile) che la frontiera virtuale dell’autarchia venga posta ai confini nazionali. Sarebbe già molto se venisse posta ai confini europei, in modo da trattenere nell’ambito della Ue l’effetto positivo dello shock sulla domanda italiana proveniente dalle risorse del NGEU.

E comunque esistono settori in cui, tradizionalmente, i moltiplicatori fiscali tendono ad essere meno evanescenti rispetto ad altri. È questo il caso dell’edilizia, dell’agricoltura, del turismo, della cultura, della filiera dell’educazione, della difesa del territorio. Investire prioritariamente in questi settori, naturalmente rispettando i paletti di Bruxelles sulle priorità della transizione ecologica e digitale, sarebbe un eccellente modo per contribuire a trattenere le risorse in fase di messa a terra dei progetti.

Terzo: assicurare una piena rispondenza fra progettazione, implementazione e rendicontazione delle risorse. Paradossalmente, si tratta del compito più difficile. Perché realizzare un progetto vincente e convincente non è impossibile; ma quel progetto deve poi essere concretamente realizzabile e coerente con le tempistiche imposte da Bruxelles. Inoltre, le relative spese devono essere pienamente rendicontabili (ancora una volta nei tempi stabiliti) seguendo i criteri imposti dalla Commissione. Per assicurare questa coerenza di fondo, diventa cruciale il ruolo della governance, che deve essere a ciò interamente dedicata per tutto il periodo di questa programmazione.

Insomma, il governo ha ragione ad essere preoccupato. Soprattutto data la scarsa efficienza finora dimostrata nello spendere le risorse dei fondi europei e per i tempi stretti nei quali si trova ad operare. Ma le strade da percorrere perché quel 18% del Pil entro il 2027 diventi molto di più ci sono. E vanno percorse.