Ciampi, l’Italia e l’Europa

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L'ex presidente della Repubblica italiano Carlo Azeglio Ciampi in una foto del 2002. [EPA PHOTO ANSA - DANILO SCHIAVELLA]

Cinque anni fa moriva Carlo Azeglio Ciampi, una delle figure più importanti della storia italiana del secondo dopoguerra. Ciampi ha guidato la Banca d’Italia, giocando anche un ruolo cruciale nel progettare la moneta unica europea. Poi è stato il Ministro del Tesoro che ha portato l’Italia nel gruppo di testa che ha dato vita all’euro. Infine è diventato Presidente della repubblica. Ha giocato un ruolo centrale nella vita politica italiana e nella costruzione dell’unità europea, inserendosi nel solco delle grandi personalità europeiste italiane che hanno contribuito ad essa.

Ciampi è stato profondamente europeo. Ha vissuto la guerra e ha maturato un europeismo convinto e profondo che l’ha reso uno dei grandi artefici dell’unificazione monetaria europea ma anche uno dei massimi sostenitori dell’unificazione politica dell’Europa. Una figura di primo piano che ha contribuito enormemente a creare quella tradizione dell’europeismo italiano a sostegno dell’integrazione nella consapevolezza che l’interesse nazionale italiano andava di pari passo con la costruzione dell’unità europea, perché in un mondo sempre più interdipendente soltanto come europei possiamo difendere i nostri interessi e i nostri valori. Di questo Ciampi è sempre stato consapevole.
In fondo il Centro studi, formazione, comunicazione e progettazione sull’Unione europea e la Global Governance (CesUE, spin-off della Scuola Sant’Anna di Pisa) ha rilanciato EURACTIV Italia nel 2020 proprio per contribuire a diffondere nuovamente nella classe dirigente politica, economica e culturale propria quella consapevolezza dell’importanza dell’Unione e della coincidenza tra interesse nazionale italiano e unità europea. Consapevolezza che non significa nascondere i limiti dell’Unione, né le sfide che la partecipazione ad essa pone all’Italia. Esattamente come fece Ciampi, che spese il settennato da Presidente cercando di far comprendere che la partecipazione alla moneta unica non andava interpretata – come invece per lo più avvenne – come la vittoria della gara, ma come l’iscrizione alla gara.

Con la moneta unica non erano più possibili svalutazioni competitive e la competizione economica si sarebbe basata sulla competitività, sull’innovazione di prodotto e di processo, sulle riforme strutturali. Ma i benefici immediati dell’adesione all’euro erano tali – un abbassamento dei tassi di interesse che comportava un risparmio nel costo del debito pregresso di quasi il 5% del PIL! – che la classe dirigente si preoccupò solo di come “spendere” il dividendo dell’euro, non delle riforme strutturali necessarie a mantenere il Paese competitivo. A differenza di quanto fece Schroeder che lanciò una serie di riforme strutturali che trasformarono la Germania dal “grande malato d’Europa” nel Paese economicamente dominante per i successivi due decenni. In sostanza gli altri capirono che con l’euro iniziava una nuova gara, e si misero a correre; mentre l’Italia si sedette, stanca per la rincorsa fatta per aderire alla moneta unica, e paga dello sfruttamento dei benefici immediati di tale adesione. I discorsi di Ciampi durante la sua presidenza battono sulla necessità di rimettersi a correre, di procedere con le riforme strutturali e gli investimenti per riuscire a continuare a crescere nel contesto della moneta unica. Nella consapevolezza che l’alternativa all’adesione all’euro per l’Italia sarebbe stata devastante, una riduzione di competitività, benessere e diritti.

Oggi è Draghi che incarna quella consapevolezza, ed è l’Unione che attraverso il Next Generation EU fornisce all’Italia le risorse finanziarie per realizzare investimenti e riforme strutturali. Laddove non è arrivata la capacità della classe dirigente politica italiana, arriva la lungimiranza di quella europea, consapevole che il successo dell’Italia serve a tutta l’Unione. A testimonianza che l’interesse nazionale italiano coincide con il rafforzamento dell’unità europea.