Bce e riforme: è l’ora di uno strumento d’investimento pubblico europeo

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Christine Lagarde and Ursula von der Leyen

L’ottimismo delle istituzioni europee sulla solidità della ripresa e sulla inconsistenza del rischio-inflazione potrebbero rendere complicato raggiungere il consenso per le necessarie riforme della governance economica europea.

La Bce per ora insiste che la fiammata dell’inflazione è appunto una fiammata: per sua natura transitoria. Ma abbiamo già messo in evidenza come, al di là di elementi transitori, vi siano componenti strutturali destinate semmai a crescere di peso, non a diminuire nel tempo. L’accorciamento di alcune catene del valore, con una riallocazione verso paesi forse più stabili ma anche meno competitivi rispetto a quelli sui quali abbiamo contato fino al 2020; la transizione energetica e la domanda crescente di alcune materie prime, delle quali l’Europa è completamente assente e dalle quali dipende la nostra stessa tecnologia; gli sforzi per adeguare società e strutture economiche a dimensioni competitive e sfide ancora tutte da definire con precisione; etc.

Il timore è che quando la Bce sarà costretta a prendere atto che l’inflazione si colloca sopra, in media e nel lungo periodo, al target del 2% attuerà una brusca manovra restrittiva. Che tuttavia non ci possiamo permettere. Per sostenere le transizioni avviate in campo ecologico, digitale, energetico è necessario che la politica monetaria resti accomodante, e possibilmente che lo faccia acquistando titoli di debito pubblico collettivo europeo, piuttosto che titoli sovrani.

Da qui l’urgenza di cogliere la finestra di opportunità apertasi con la richiesta della Commissione di rivedere le regole fiscali per lanciare uno strumento d’investimento pubblico europeo, opportunamente dotato delle risorse realisticamente necessarie a sostenere le transizioni avviate (la Presidente della Commissione aveva stimato in 500 miliardi annui il fabbisogno legato alla sola transizione verde). Una somma che, a spanne, potremmo immaginare di 750 miliardi annui.

Questo non significa rendere permanente il Recovery Plan, come spesso si sente auspicare. Il Recovery Plan, con la sua architettura d’implementazione decentrata a livello di singoli Stati membri, anche se condizionata da priorità fissate dalla Commissione, è e deve restare uno strumento una tantum. Serve per colmare ritardi (e sanare errori di politica economica europea) accumulati nel passato; per dare uno stimolo fiscale alla ripresa asimmetrica di fronte ad una crisi apparsa asimmetrica che è invece divenuta simmetrica.

Alberto Quadrio Curzio, economista col fiuto addestrato a cogliere gli elementi di debolezza nella struttura economica della Ue, ha comprensibilmente suggerito di allungare la scadenza del Recovery Plan, essenzialmente per il timore che i paesi non riescano a mantenere i ritmi di spesa e di riforme stabiliti. Ma anche per evitare di accrescere, col peso di una domanda concentrata nei prossimi quattro anni, le tensioni inflazionistiche.

Piuttosto che allungare la scadenza del Recovery, suggerisco di affiancargli il prima possibile uno strumento di investimento collettivo europeo per finanziare le transizioni individuate come strategiche, che si configurano quindi come beni pubblici europei. Finanziandolo con risorse proprie di vecchia e nuova concezione e con un ampio ricorso al mercato internazionale dei capitali, favorendo in tal modo la diffusione dell’euro come moneta globale.

Attendere la fine del Recovery per iniziare a parlare di altri strumenti d’investimento, coi tempi delle decisioni collettive europee, significherebbe farci perdere l’occasione per attrezzare l’Europa ad affontare i cambiamenti della storia. Solo su scala continentale è possibile sperare di non subire le transizioni indicate. E soprattutto gli scossoni economici e sociali derivanti da ogni transizione di grandi dimensioni. Occorre solo fare il passo successivo e prenderne atto, agendo di conseguenza. Il momento delle scelte è adesso.