Bassi tassi d’interesse: quanto sono sostenibili?

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La narrazione dominante delle banche centrali negli ultimi anni insiste sull’eccezionalità di situazioni in cui, nonostante gli stimoli monetari e fiscali, il tasso d’inflazione registra sistematicamente un andamento inferiore agli obiettivi. È con questa argomentazione che Draghi prima e Lagarde poi hanno mantenuto un forte tasso di espansione monetaria, spingendo in negativo i tassi d’interesse.

Una soluzione che non piace a molti, soprattutto in Germania, dove già qualche anno fa era montata una sollevazione di alcuni economisti i quali denunciavano come bassi tassi d’interesse fossero penalizzanti per la formazione del risparmio.

Sono state mosse numerose critiche, alcune delle quali convincenti, al perseguimento di un obiettivo monetario che implica tasi negativi. Tra questi: a) i progressi tecnologici e la globalizzazione spingono in basso i prezzi, quindi è comunque impossibile raggiungere oggi un tasso d’inflazione-obiettivo del 2%; b) bassi tassi generano bassi profitti per le banche, che non trovano sufficientemente conveniente prestare i fondi ad aziende ed imprese e non generano quindi domanda aggiuntiva; c) le banche centrali, una volta raggiunti tassi negativi, non hanno più spazio per usare la manovra del costo del denaro in presenza di ulteriori shock avversi; d) bassi tassi incentivano l’assunzione di maggior debito pubblico, anche tramite l’azzardo morale, che causa instabilità finanziaria, e favoriscono la formazione di pericolose bolle speculative e ‘cattivi’ investimenti.

Adesso, a quelle critiche, se ne aggiunge una nuova. Che naturalmente non è affatto nuova, ma in effetti è stata piuttosto assente nel recente dibattito sull’inefficacia delle politiche espansive: il fatto che queste politiche, soprattutto se reiterate nel tempo, rischiano di lanciare al mercato un segnale di profonda incertezza da parte delle autorità pubbliche; e questo, come sappiamo, deprime sia gl’investimenti sia il consumo (nel timore di dover far ricorso a maggiori risparmi per fronteggiare ulteriori eventi avversi), impattando negativamente, a sua volta, sulla propensione ad investire.

Inoltre, una volta intrapresa la strada dei tassi negativi uscirne non è facile, perché implica rialzare i tassi in un contesto in cui il debito è aumentato; il che implicherebbe un rischio di insostenibilità dello stesso e la necessità di qualche tipo di ristrutturazione del debito. Insomma, la fiducia è il più importante bene pubblico non-economico in economia. Ed è purtroppo un bene estremamente difficile da produrre; oltre che sottoposto a facile deteriorabilità.

Un vicolo sempre più stretto, dal quale non è facile sfuggire. Se non, naturalmente, con un rialzo dell’inflazione, che consenta di riguadagnare margini di manovra ai tassi d’interesse. Oppure con un eccezionale stimolo fiscale che faccia ripartire la crescita indipendentemente dallo stimolo monetario. Per questo è così importante il tema di uno strumento permanente volto al finanziamento di investimenti collettivi europei.