Alta Velocità al Mezzogiorno: sogno o realtà?

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Un treno ad alta velocità Frecciarossa in arrivo alla stazione di Napoli. [EPA-EFE/CIRO FUSCO]

L’invito ad investire parte delle risorse che dovrebbero arrivare dal Next Generation EU dell’Unione Europea nell’Alta Velocità al Sud, arrivato da Johannes Hahn (Commissario al Bilancio UE, quello che sarà chiamato a gestire i fondi per la ripresa), sembrerebbe una questione di buon senso.

La rete ad Alta Velocità in Italia si riduce alla direttrice Torino-Napoli (Salerno); alla quale si aggiungono le tratte Milano-Brescia e Padova-Mestre. Per il resto, i convogli che potrebbero garantire un trasporto rapido sono costretti a viaggiare su linee “normali”, quindi a velocità ridotta. In non pochi casi persino su tratte a binario unico. Da qui il suggerimento in arrivo dall’Europa; confermato anche dal della task force guidata da Colao (ai punti 39 e 52).

Task Force Economia e Sociale 2020.06

 

La scelta d’investire nell’alta velocità al Sud sarebbe in effetti un evento di portata storica; una specie di cartina di tornasole per capire se davvero il paese ha intenzione di abbandonare inefficienti e deleteri modelli di spesa per abbracciare una visione della crescita coerente col futuro.

Le infrastrutture (siano esse di trasporto, di comunicazione, ma anche sociali, culturali, etc) rappresentano un elemento chiave per accrescere la produttività di un sistema economico, ossia per aggredire uno dei nodi cruciali del ritardo italiano nel contesto competitivo globale. Un nodo che, proprio grazie alle infrastrutture, deve essere aggredito soprattutto al Sud, consentendo di colmare un ritardo che potrebbe poi portare con sé dinamiche virtuose per la riduzione dei divari di sviluppo.

Ma per capire se il sogno può diventare realtà occorre partire da due domande: perché le infrastrutture non sono mai state inserite nella programmazione dei fondi europei? E perché questa volta dovrebbe essere diverso?

Rispondere alla prima domanda è tristemente facile: non è mai stato fatto per tre ragioni molto semplici. La prima è che faceva molto più comodo distribuire i fondi ad un capillare sistema clientelare di enti, imprese ed associazioni, volti essenzialmente a finanziare la formazione professionale, fortemente richiesta da intere generazioni (private di qualsiasi futuro), quindi attaccate alla speranza di acquisire qualche competenza spendibile sul mercato. Una forma combinata di controllo e assistenza sociale. La seconda è che il codice degli appalti non garantisce il completamento delle opere nei tempi della programmazione settennale delle risorse messe a disposizione dalla programmazione europea; col conseguente rischio di perderle. La terza è che una rete dell’Alta Velocità capillare ed estesa avrebbe messo in discussione il ruolo strategico (peraltro dubbio) di Alitalia.

Tre ragioni non certo nobili, per quanto comprensibili. E dalle quali discendono non poche perplessità per rispondere alla seconda domanda, quella sul futuro. Un futuro che richiede scelte urgenti, oggi.

Siamo pronti a razionalizzare la spesa, abbandonando logiche assistenzialistiche ed a scarso impatto sulla crescita (ma terribilmente importanti quanto al sostegno dei redditi, tramite appunto la formazione professionale), indirizzandola verso opere ad alto valore aggiunto? E siamo pronti a generare uno sviluppo diffuso che parta (non si fermi) all’infrastruttura di trasporto; Insomma, tanto per capirci, a non rischiare di costruire l’ennesima cattedrale nel deserto in assenza di un più ampio e complessivo indirizzo strategico per il Meridione?

Siamo pronti a rinunciare al ruolo dell’auto come mezzo privato privilegiato di spostamento ed al servizio capillare di trasporto pubblico in aree altrimenti irraggiungibili (che comunque Alitalia assicura e che costituisce, ad oggi, l’unica motivazione seria per la quale continuare a difenderne la sopravvivenza)? E siamo pronti a rinnovare in profondità il codice degli appalti, in modo da assicurare tempi certi e ragionevoli di consegna delle opere?

Nutrire qualche dubbio al proposito è quantomeno lecito. Sarebbe un passo avanti enorme; non tanto per il futuro del paese, che avrebbe probabilmente bisogno (anche) di interventi su innovazione, ricerca, alta formazione, transizione ecologica ed energetica, e tanto altro ancora. Ma almeno per sanare i ritardi accumulati nel passato.