Agenda sociale Ue: le proposte dei sindacati europei

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Il 7 maggio scorso le tre istituzioni UE e le parti sociali si sono riunite a Porto alla presenza dei Capi di Stato e di Governo, per sottoscrivere l’impegno a mettere in atto un pacchetto di misure sociali e per il lavoro, nell’ambito del Piano di Azione per l’implementazione del Pilastro Europeo dei Diritti Sociali, pubblicato dalla Commissione qualche mese fa. Con le misure di emergenza dell’estate scorsa e con il piano per ripresa e la resilienza Next Generation EU, l’Unione europea ha segnato una significativa discontinuità rispetto alle passate politiche di austerità, ma è ora necessario rilanciare l’agenda sociale se vogliamo che la ripresa porti più equità, inclusione e lavoro di qualità.

Dai recenti risultati dell’Eurobarometro, emerge come giustizia sociale e occupazione siano le maggiori preoccupazioni dei cittadini. È per questo che le politiche europee devono portare benefici tangibili per le persone. Tutti dicono che il piano di investimenti dovrà assicurare una transizione ecologica e digitale in cui nessuno sia lasciato indietro, ma perché questo slogan si traduca in realtà è necessario che gli investimenti dei piani nazionali producano posti di lavoro di qualità nei territori più colpiti da queste trasformazioni. Perché la ripresa sia sostenibile e inclusiva è necessario che gli investimenti si accompagnino a politiche attive per il lavoro, a programmi di qualificazione e riqualificazione, a misure per la salute e sicurezza, e che tutti abbiano accesso ad una protezione sociale con prestazioni adeguate. Dobbiamo proteggere il lavoro e il reddito dei lavoratori toccati dalla crisi, dalla pandemia, e dalle trasformazioni economiche, ecologiche e digitali. Dobbiamo sfruttare gli investimenti per costruire un modello economico nuovo, redistributivo e più giusto, che superi la dittatura del PIL e punti al benessere delle persone.

È per questo che insistiamo sul fatto che la dimensione sociale e del lavoro deve essere integrata nei piani di ripresa e resilienza, non venire a cose fatte, come compensazione o palliativo. Il Pilastro Sociale è il nuovo fondamento della dimensione sociale europea, e il lancio di un Piano d’Azione per la sua implementazione attraverso misure concrete è un grande traguardo, per il quale il sindacato europeo si è battuto sin dai tempi della proclamazione a Göteborg nel 2017. Da allora la Commissione Europea ha lanciato numerose iniziative legislative e politiche, dopo un decennio durante il quale tutto si era concentrato solo sul rigore di bilancio e sui tagli e il modello sociale europeo era stato smantellato. Dal 2017 si sono introdotte nuove misure contro il dumping sociale e salariale, per i congedi parentali, si sono rafforzati i diritti dei lavoratori precari e cambiato le priorità delle politiche di spesa pubblica europea, introducendo nuove condizionalità sociali nel Semestre Europeo. Ma tutto questo non è sufficiente, soprattutto perché ben poco si è fatto nel frattempo a livello nazionale per l’implementazione del Pilastro.

Ci sono molte altre priorità da affrontare, a livello legislativo, di riprogrammazione delle risorse, di riforma delle regole economiche e di bilancio. Ci aspettiamo misure per alzare i salari bassi e avviare una convergenza salariale verso l’alto, per assicurare che tutti i lavoratori godano dei contratti collettivi, che il diritto alla formazione professionale sia accessibile a tutti. Ci aspettiamo una risposta contro la discriminazione di genere sui luoghi di lavoro, sia sul lato del reddito che delle opportunità. Ci aspettiamo che l’UE promuova occasioni di lavoro dignitoso per i giovani e li protegga contro condizioni precarie e insicure, nelle piattaforme e in tutti i settori dell’economia. Ci aspettiamo che il lavoro a distanza venga normato e che si garantisca il diritto alla disconnessione. È necessario che la spesa per investimenti, soprattutto delle risorse europee, sia vincolata alla creazione di posti di lavoro di qualità e a protezioni sociali adeguate e universali. È necessario mettere mano alla riforma del Patto di Stabilità e delle regole fiscali europee, che diano vita ad un’economia più sostenibile e inclusiva.

Molte di queste proposte sono contenute nel Piano d’Azione, che misura l’ambizione dell’Unione Europea sulla base delle iniziative legislative e delle risorse finanziarie. Al contempo va rilevato che alcune urgenze non sono sufficientemente sviluppate come, ad esempio, uno strumento europeo per il reddito minimo o la disattenzione verso i diritti sindacali nelle crisi aziendali. È anche da rimarcare la rinuncia, almeno per il momento, a stabilizzare lo strumento SURE.

Tuttavia, i tre target di convergenza entro il 2030 in materia di occupazione (78% della popolazione in età lavorativa), di accesso alla formazione professionale (60%) e di emersione della povertà (15 milioni di persone), che sono contenuti nel Piano d’Azione e che sostituiscono quelli (non raggiunti) della Strategia Europa 2020, costituiscono un elemento concreto per il superamento delle diseguaglianze e delle arretratezze del nostro Mercato Unico, e per la piena realizzazione della “economia sociale di mercato” principio fondante dell’Unione Europea. Sono target forse non molto ambiziosi per i paesi più avanzati, ma lo sono di sicuro per un paese come l’Italia, che è ancora molto indietro in tutti questi campi.

Il punto critico è che queste importanti iniziative e strumenti cadono nelle competenze dell’Unione Europea, ma anche dei governi e delle parti sociali, ed è necessario quindi che tutti questi soggetti esprimano impegni reali e verificabili per la loro implementazione. È stato esattamente questo il senso del Summit Sociale che la Presidenza portoghese dell’UE ha voluto convocare a Porto il 7 maggio. Con la firma della Dichiarazione di Porto istituzioni europee e parti sociali esplicitano l’impegno a mettere in atto i principi del Pilastro Sociale e ad implementarne il Piano d’Azione, con i suoi tre targets di convergenza. I governi, a loro volta, hanno sottoscritto il proprio impegno nelle conclusioni del Consiglio Europeo informale tenutosi il giorno seguente.

Entrambe le dichiarazioni sono testi di compromesso, frutto di difficili negoziati a cui tutti abbiamo partecipato attivamente. Ma il risultato finale contiene impegni concreti e si sono evitati pericolosi passi indietro, che pure alcuni stati membri (“frugali” e di Visegrad) e alcune associazioni imprenditoriali hanno tentato di introdurre fino all’ultimo senza successo. L’azione ammirevole del Primo Ministro Portoghese Antonio Costa e di chi lo ha sostenuto (noi tra questi) ha permesso di raggiungere un risultato per certi versi storico: non era mai successo che un Summit Sociale europeo si concludesse con una dichiarazione di questo livello, non era mai successo che le conclusioni di un Consiglio Europeo fossero dedicate esclusivamente ai temi sociali.

Non solo il bicchiere non è mezzo vuoto, ma è per tre quarti pieno. Ora si tratta di passare dai buoni documenti ai fatti, lavorando tutti perché le iniziative del Piano di Azione e la dimensione sociale nei Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza diventino realtà. La battaglia continua.

Luca Visentini, Segretario Generale, Confederazione Europea dei Sindacati