A Ursula von der Leyen va bene l’Unione che c’è

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[EPA-EFE/OLIVIER HOSLET]

La presidente della Commissione europea ha tracciato un programma ambizioso, ma non ha fatto alcun riferimento alla riforma dei Trattati e non ha dato alcuna rilevanza alla Conferenza sul futuro dell’Europa.

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha pronunciato il suo primo discorso sullo stato dell’Unione di fronte ad una plenaria del Parlamento europeo solo in parte piena a causa delle limitazioni dovute ai distanziamenti di sicurezza per la pandemia, e con gli altri parlamentari collegati on-line, così come molti cittadini europei.

Von der Leyen ha tracciato un programma di lavoro ambizioso rispetto a tutte le principali politiche dell’Unione. Ha rivendicato i risultati raggiunti nella risposta alla pandemia con il lancio del piano Next Generation Eu, che include il Green Deal, il Recovery Fund, il Sure, e molti altri strumenti, con le transizioni ambientale e digitale come priorità complessive. Per Von der Leyen questa rapida ed efficace risposta rappresenta un salto di qualità ed è la dimostrazione che l’Unione può funzionare, a patto che gli Stati membri siano pronti ai necessari compromessi e ad una adeguata condivisione di sovranità. Una condizione però tutt’altro che scontata e non sempre presente.

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Ha annunciato una serie di proposte della Commissione sull’unione sanitaria, l’area Schengen, le migrazioni, il salario minimo. Ha rilanciato sull’importanza di un’azione coraggiosa sul piano internazionale a sostegno della cooperazione internazionale e del sistema di istituzioni multi-laterali, accanto al rafforzamento di tutte le partnership e alleanze europee. Ha affrontato esplicitamente i problemi nelle relazioni con Russia, Cina, Turchia in modo molto deciso. Ha ribadito la fermezza europea sul rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto. Un tema fondamentale anche sul piano interno, su cui la Commissione ha confermato il proprio impegno, anche rispetto ai diritti della comunità Lgbtqi.

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Un discorso ampio, ricco, ambizioso, rivolto al futuro, che ha unito un forte richiamo ai valori e alla loro traduzione nelle politiche dell’Ue. Ma in cui nessuna rilevanza è stata data alla Conferenza sul futuro dell’Europa, richiamata solo auspicando che rafforzi le competenze sanitarie dell’Unione. Quasi nessun cenno al tema delle risorse proprie e della fiscalità europea, un tema cruciale per il futuro dell’Unione e su cui il Parlamento europeo auspica un’iniziativa della Commissione.

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Soprattutto Von der Leyen non ha fatto alcun riferimento alla riforma dei Trattati, come se il quadro istituzionale non fosse la ragione per i passati fallimenti dell’Unione su molti dei temi rispetto ai quali ha proposto ambiziosi obiettivi. Come se l’unanimità non si fosse già dimostrata in passato un ostacolo insormontabile rispetto a temi cruciali come la fiscalità, la politica estera, lo stato di diritto e molti altri casi. Come se l’Unione disponesse delle competenze e dei poteri necessari per raggiungere gli obiettivi indicati dalla von der Leyen. Come se la Commissione avesse paura di schierarsi esplicitamente fin d’ora con chi chiede una riforma profonda e coraggiosa dell’Unione, come recentemente fatto dal presidente Mattarella al vice-cancelliere Scholz e in passato dal presidente Macron.

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Von der Leyen da un lato ha mostrato la significativa capacità della Commissione di progettare il futuro attraverso politiche pubbliche lungimiranti e ambiziose. Dall’altro segnala uno straordinario ottimismo della volontà da parte della Commissione, unito alla sottovalutazione del fatto che il successo nella rapida risposta alla pandemia è strettamente legato ad un contesto esterno difficilmente replicabile, talmente grave da non lasciare scelta ai governi nazionali. Ma in un contesto diverso l’unanimità tornerà ad essere l’ostacolo che si è dimostrata in passato.

Ecco allora che forse sarebbe stato utile investire il capitale politico guadagnato dalla Commissione con la risposta alla pandemia non solo sulle politiche europee, ma anche sulla riforma dell’Unione. Anche per non disperdere la dinamica riformatrice che si è innescata con Next Generation Eu e l’aspettativa creatasi nell’opinione pubblica di un’Unione impegnata in un forte rafforzamento della propria capacità d’azione.