A quarant’anni dal divorzio Tesoro-BankItalia

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Serie storica Debito/PIl, Italia (1961-2000). La linea verticale indica il 1981

40 anni fa, il 12 febbraio 1981, una lettera del Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta indirizzata a Carlo Azeglio Ciampi, Governatore di BankItalia, avviava il percorso per il ‘divorzio’ tra Tesoro e Banca Centrale, che si sarebbe perfezionato pochi mesi dopo. Una semplice lettera, precedentemente concordata fra i due; nessun passaggio parlamentare. Ma d’altronde era stato sempre con una disposizione interna che nel 1975 la Banca d’Italia aveva accettato il temporaneo ‘matrimonio’ col Tesoro, impegnandosi ad acquistare tutto il debito pubblico che il Tesoro non fosse riuscito a collocare sul mercato. Il biennio 1974-1975 aveva registrato il prosciugarsi delle riserve in valuta. Tanto che nel 1975 il governo dovette chiedere un prestito ponte al Fondo Monetario Internazionale; e vi fece ricorso nuovamente nel 1977.

Così come il ‘matrimonio’ fu un passaggio necessario per gestire l’emergenza finanziaria, il ‘divorzio’ del 1981 era divenuto un atto necessario per riportare alla normalità il rapporto fra le due istituzioni economiche principali del paese. E per ricondurre un’inflazione schizzata al 20% (con i suoi devastanti effetti distributivi e sulla competitività delle nostre merci) ad una dinamica meno invasiva. Necessario soprattutto dopo la decisione di aderire al Sistema Monetario Europeo nel 1979; che avrebbe reso arduo perseguire, contemporaneamente, gli obiettivi interni (imposti dal Tesoro) e quelli esterni (derivanti dall’accordo di cambio dello Sme).

Erano gli anni in cui la classe dirigente italiana si convinse che solo il vincolo esterno potesse costringere a scelte di cui nessuno era pronto ad assumersi la responsabilità politica, prima fra tutte la fine del salario come variabile indipendente del sistema economico, avulso da qualsiasi riferimento alla produttività. Inizia in quel periodo il mantra del “ce lo chiede l’Europa”, che nasconde in realtà la deresponsabilizzazione della classe politica italiana.

Nel 1977 i futuri premi nobel Kydland e Prescott avevano chiarito come l’indipendenza di una Banca Centrale, e quindi la sua efficace conduzione della politica monetaria, dipenda dalla sua credibilità, che si costruisce con un atteggiamento imperturbabile di fronte alle pressioni politiche. La teoria economica dunque agevolava quel passaggio.

Un episodio, il divorzio, sul quale si è appuntata da una decina d’anni a questa parte la retorica sovranista, segnalandolo come un fallimento, come la rinuncia alla presunta sovranità dell’Italia sui propri destini economici. Un giudizio apparentemente corroborato dalle serie storiche del debito pubblico italiano, che mettono in luce l’eccezionale aumento del debito negli anni Ottanta (in rapporto al Pil, si passò dal 56% del 1980 al 95% del 1990).

Un’evoluzione che, tuttavia, dipese in larga parte dall’espansione esponenziale della spesa corrente (schizzata dal 41,7% del Pil nel 1980 al 54,4% nel 1990) e del disavanzo primario, necessari per assicurare stabilità ad un precario equilibrio politico del pentapartito al governo, in un contesto di contenimento dell’inflazione che diminuiva l’effetto impositivo del fiscal drag; e dall’aumento generalizzato (a livello globale) dei tassi d’interesse (ai quali il nostro tasso non poteva che rimanere agganciato, per non rischiare fughe di capitali ancora maggiori di quelle che si verificarono). Un’evoluzione che si risolse in un aumento del costo del servizio del debito.

Va ricordato tuttavia che il cosiddetto divorzio fu più che altro un segnale lanciato ai mercati, non l’abbandono della disponibilità della Banca Centrale a finanziare il debito pubblico. L’obbligo di finanziamento della Banca d’Italia al Tesoro non venne infatti del tutto eliminato, poiché continuava a sopravvivere il conto corrente di Tesoreria, attraverso il quale la Banca d’Italia era obbligata ad anticipare al Tesoro fino al 14% degli stanziamenti di bilancio; con la possibilità, inoltre, di superare questo tetto attraverso provvedimenti legislativi ad hoc, come avvenne all’inizio del 1983.

Insomma, sarebbe forse utile tornare con maggiore attenzione su quello, come su altri, episodi della nostra storia, sulle ragioni che lo determinarono e sulle conseguenze effettive che esso ebbe per il paese, contribuendo in tal modo ad una narrazione meno ideologica e più problematica sulla sua valutazione e sul ruolo, essenziale, di una Banca Centrale indipendente, per quanto in un rapporto dialettico continuo col Tesoro.