A quando il momento hamiltoniano per la Ue?

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Alexander Hamilton

Nei mesi scorsi, dopo l’accordo raggiunto dal Consiglio Europeo di luglio per il Next Generation EU (NGEU), che prevede la mutualizzazione di debiti sui mercati finanziari garantiti in solido dai paesi Ue, si è spesso parlato di momento Hamiltoniano, anche a seguito di un riferimento esplicito in tal senso del Ministro delle Finanze tedesco Olaf Scholz.

Alexander Hamilton è stato l’artefice della seconda costituzione degli Stati Uniti, quella federale emersa dalla Convenzione di Filadelfia del 1787. Nel 1790, Hamilton, appena divenuto Ministro delle Finanze, spinge per la mutualizzazione dei debiti di guerra accumulati fino a quel momento dalle tredici colonie. Una guerra che, nei fatti, con la costituzione federale, aveva assunto le caratteristiche di una guerra civile: non più fra popoli diversi, ma fra ripartizioni amministrative diverse facenti ormai parte di uno stesso popolo, quello degli Stati Uniti. La restituzione del debito collettivo così creato fu affidata a risorse proprie della federazione, prelevate direttamente dal governo federale.

Una situazione ad oggi ben diversa da quella che sta vivendo l’Europa; ma che effettivamente, in prospettiva, potrebbe portare ad un momento Hamiltoniano.

La rivista The International Economy ha lanciato un simposio chiedendo ad una trentina di economisti di pronunciarsi sul fatto se il NGEU possa effettivamente considerarsi come il momento hamiltoniano per l’Europa. Le risposte sono estremamente interessanti. Orientativamente, si possono dividere in due filoni. Il primo è quello di chi fornisce una riposta negativa; ma che mette anche in evidenza come il giudizio rimanga sospeso a ciò che accadrà nei prossimi mesi ed anni, se cioè il NGEU diventerà uno strumento permanente di politica economica comune europea; e soprattutto se il dibattito sulla riforma delle risorse proprie porterà davvero alla creazione di un potere fiscale per l’Ue, sganciato dai contributi nazionali (che oltretutto diminuirebbero l’impatto dei moltiplicatori fiscali, riducendo l’influenza positiva del piano per la ripresa).

Il secondo è quello di chi non solo da una risposta negativa, ma si augura vivamente che il NGEU sia effettivamente temporaneo; che le condizionalità di spesa siano stringenti (ma su questo ben pochi la pensano diversamente, anche nell’altro schieramento); e che a nessuno venga mai in mente di mutualizzare anche i debiti pregressi (cosa peraltro che non ha mai fatto parte delle rivendicazioni nemmeno dei paesi fortemente indebitati). L’ulteriore elemento di riflessione suggerito da queste posizioni è che mentre le precedenti sono piuttosto eterogenee quanto a provenienza geografica, le seconde sono praticamente tutte espressione di economisti tedeschi.

Curioso, perché mentre gli accademici teutonici insistono nel sottolineare gli aspetti dannosi e rischiosi del (l’espansione fiscale con debiti collettivi implicita nel) NGEU, i loro rappresentanti politico-istituzionali hanno cambiato decisamente orientamento, quantomeno pubblicamente. Merkel (Cancelliera), Schäuble (ex Ministro delle Finanze e Presidente del Bundestag) e Weidmann (Governatore della Bundesbank) hanno negli utlimi tempi ed a più riprese sottolineato il loro favore (più o meno caloroso) a manovre di espansione fiscale e monetaria in Europa, marcando così una netta linea di divisione rispetto al passato.

A noi, che i rimbalzi schizofrenici da un estremo all’altro sono sempre parsi sospetti, piace immaginare semplicemente che si sia finalmente aperta una discussione seria in Germania sul futuro non tanto del NGEU, del cui futuro è probabilmente prematuro parlare oggi, ma delle risorse proprie da utilizzare per finanziare la ripresa e della prospettiva di dotare la UE di un’autonoma capacità fiscale; ma soprattutto del Patto di Stabilità e Crescita (oggi sospeso) che sottende al sistema di regole secondo le quali fino a qualche mese fa si è imposto un orientamento di politica economica favorevole all’austerità.

Questi sono i nodi veri sul quale si deciderà il futuro dell’Unione Europea e della sua governance economica nei prossimi mesi, quando l’emergenza pandemica sarà finalmente terminata, e rimarranno le macerie delle sue conseguenze economiche, non ancora sanate da un NGEU che farà fatica a passare dai mercati finanziari all’economia reale. Quello sarà il momento giusto per valutare se anche l’Europa potrà celebrare il suo momento Hamiltoniano.