Un nuovo Spazio europeo della ricerca?

Una addetta controlla i componenti della batteria con un microscopio nella fabbrica di batterie Varta a Ellwangen, Germania, 30 giugno 2020. Il produttore tedesco di batterie ha ricevuto un finanziamento IPCEI (Importante progetto di interesse comune europeo) per sviluppare ulteriormente la sua tecnologia agli ioni di litio per applicazioni di robotica e mobilità elettrica. EPA-EFE/PHILIPP GUELLAND

L’occasione per tornare sul tema della rivitalizzazione dello Spazio europeo della ricerca (ERA), e il ruolo della cooperazione internazionale per promuovere la ricerca e l’innovazione, è stata la riunione informale dei ministri dell’UE riuniti in Slovenia lunedì.

Il ministro sloveno dell’istruzione e della scienza Simona Kustec ha detto che bisogna creare un nuovo spazio di ricerca, in collaborazione con tutte le parti interessate, in particolare i ricercatori e le imprese.
Già a dicembre 2020 il Consiglio aveva adottato delle conclusioni “su una profonda revisione dello Spazio europeo della ricerca (SER) negli anni a venire”. Lo spazio europeo della ricerca, infatti, esiste già: viene definito come “un mercato unico senza frontiere per la ricerca e l’innovazione, che promuove la libera circolazione dei ricercatori, delle conoscenze scientifiche e dell’innovazione”. Ma le grandi sfide che l’UE ha di fronte, dalla transizione ecologica, all’intelligenza artificiale, alla lotta alla pandemia, passano tutte dalla strada degli investimenti nella scienza e dal rafforzamento del sistema di ricerca europeo.

Dopo l’incontro a Brdo pri Kranju, anche Kustec ha sottolineato il ruolo della scienza e della ricerca durante la pandemia, spiegando l’esigenza di rafforzare il “vecchio” spazio europeo della ricerca alla luce delle nuove sfide epocali.
La proposta era partita dalla Commissione secondo cui “il nuovo Spazio europeo della ricerca migliorerà il panorama europeo della ricerca e dell’innovazione, accelererà la transizione dell’UE verso la neutralità climatica e la leadership digitale, sosterrà la ripresa dell’UE dagli effetti della crisi della COVID-19 sulla società e sull’economia e ne rafforzerà la resilienza alle crisi future”.

Al di là di questi macro obiettivi, la Commissione ha anche stilato una serie di obiettivi specifici concreti, come quello di chiedere agli Stati di destinare il 3% del PIL agli investimenti in ricerca e innovazione, invitandoli a collaborare ulteriormente e a fissare l’obiettivo di destinare il 5% dei finanziamenti pubblici nazionali a programmi di ricerca e sviluppo congiunti e a partenariati europei entro il 2030. Un altro obiettivo specifico è quello di ridurre il divario tra diversi Paesi Ue: l’idea qui è di aumentarne l’entità dei finanziamenti del 50% nei prossimi 5 anni agli Stati membri più indietro e più in difficoltà. Ma si parla anche di elaborare piani tecnologici comuni in collaborazione con l’industria, che consentiranno di attrarre più investimenti privati in progetti internazionali di rilievo.

L’Unione ha tra l’altro appena lanciato il suo nuovo programma di ricerca, figlio dell’appena terminato Horizon2020, Horizon Europe che vale 95,5 miliardi di euro. Perché senza investimenti la ricerca si ferma. E proprio la pandemia ha fatto capire a molti che invece della ricerca abbiamo bisogno.