Ue: niente aiuti di Stato alle imprese che fanno affari nei paradisi fiscali

Panama è uno dei paradisi fiscali della black list europea.

La Commissione europea raccomanda agli Stati membri di non concedere aiuti di Stato alle imprese che hanno legami con i cosiddetti paradisi fiscali.

Nella lista nera di Bruxelles ci sono 12 territori: Samoa Americane, Isole Fiji, Guam, Oman, Samoa, Trinidad e Tobago, Isole Vergini Americane, Vanuatu, Isole Cayman, Palau, Seychelles e Panama.

Le restrizioni dovrebbero riguardare anche le imprese che sono state condannate per gravi reati finanziari, ad esempio, per frode, corruzione ed elusione degli obblighi in materia fiscale e previdenziale. L’obiettivo è evitare che il supporto alla liquidità delle imprese che si trovano in difficoltà a seguito della crisi causata dalla pandemia vada a rafforzare pratiche elusive che causano considerevoli ammanchi per l’erario.

La posizione della Commissione

“Non è accettabile che le imprese che beneficiano di aiuti pubblici adottino pratiche di elusione fiscale che coinvolgono paradisi fiscali. Si tratterebbe di un uso improprio dei bilanci nazionali e dell’Ue, a danno dei contribuenti e dei sistemi di previdenza sociale”, ha spiegato la vicepresidente della Commissione Ue Margrethe Vestager.

“Chi cerca deliberatamente di eludere le norme fiscali e chi esercita attività criminali non dovrebbe beneficiare dei sistemi che cerca di eludere. Dobbiamo proteggere i nostri fondi pubblici affinché possano realmente aiutare i contribuenti onesti di tutta l’Ue”, ha aggiunto il commissario all’Economia Paolo Gentiloni.

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Gli obiettivi

Con questa raccomandazione la Commissione europea viene incontro alla richiesta di Paesi come Polonia, Francia, Danimarca e Italia che avevano già escluso dagli aiuti di Stato le imprese che fanno affari nei paradisi fiscali.

La raccomandazione si prefigge di offrire agli Stati membri un modello “da utilizzare per evitare che gli aiuti pubblici vengano assegnati ad imprese impegnate in pratiche e sistemi di frode, evasione e elusione fiscale, di riciclaggio del denaro o di finanziamento del terrorismo o che hanno legami con le giurisdizioni che figurano nella lista Ue delle giurisdizioni non cooperative a fini fiscali”, si legge in una nota della Commissione. Gli Stati membri dovrebbero comunicare a Bruxelles quali misure intendono mettere in campo per conformarsi alla raccomandazione.

L’elusione all’interno dell’Ue

La decisione di Bruxelles è una buona notizia, anche se non risolve del tutto il problema. A favorire il profit shifting infatti sono anche sei Paesi europei: Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Cipro, Belgio e Malta. Questi Paesi, come ha spiegato Milena Gabanelli sul Corriere della Sera, sottraggono all’Italia 6,5 miliardi l’anno di tasse.

La Commissione europea ha contestato più volte le pratiche fiscali aggressive esercitate da questi Stati membri. “Non ci può essere posto per tali pratiche in un’Europa di solidarietà ed equità”, aveva dichiarato mesi fa Gentiloni.

Per porre fine a questo meccanismo basterebbe costringere la multinazionali a pagare le tasse dove producono gli utili. Per fare questo però bisognerebbe riformare la normativa in vigore che impone il voto unanime di tutti gli Stati membri per le decisioni in materia fiscale.