Ue, il difficile negoziato sul Recovery fund: le posizioni in campo

Il presidente francese Emmanuel Macron, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e il primo ministro bulgaro Boyko Borissov durante un vertice a Bruxelles a febbraio 2020. [EPA-EFE/YVES HERMAN / POOL]

Alcuni Paesi come Italia, Francia e Germania sostengono la dimensione complessiva della proposta, altri come i cosiddetti “Frugali”, ma anche Finlandia e Repubblica Ceca vorrebbero ridurlo.

La Commissione ha presentato il suo progetto per la Next Generation Europe che mette insieme tre diversi piani d’azione. Il primo è il pacchetto da 540 miliardi già approvato, che coinvolge il Meccanismo Europeo di Stabilità (che presterà agli Stati a tassi negativi, cioè bisognerà restituire meno di quello che si è preso a prestito per coprire le spese sanitarie!), la Banca Europea degli Investimenti (che fornirà sostegno alle imprese), ed il programma SURE (che aiuterà a coprire i costi della cassa integrazione nei vari Paesi). Il secondo è il quadro finanziario pluriennale dell’Unione, proposto in 1100 miliardi, cioè circa 157 miliardi l’anno per 7 anni, volto a finanziare le varie politiche europee. Il terzo è il Recovery Fund da 750 miliardi, di cui 500 di trasferimenti e 250 di prestiti agevolati.

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Ora parte però il difficile negoziato tra i governi, specialmente sul Recovery Fund, che dovranno approvarlo all’unanimità. Il Commissario Gentiloni a Bloomberg TV si è detto ottimista che gli Stati membri possano approvarlo a luglio, magari con qualche modifica, ma senza intaccarne il senso e la sostanza complessiva. Intanto la riunione del Comitato dei Rappresentanti Permanenti degli Stati membri presso l’UE – il potente COREPER – ha mostrato la difficoltà del negoziato e delle varie questioni di cui si compone.

Da un lato Italia, Francia, Germania, Polonia, Romania e Grecia sostengono la dimensione complessiva della proposta, mentre Olanda, Danimarca, Austria, Svezia (i “frugali”), ma anche Finlandia e Repubblica Ceca vorrebbero ridurlo. Italia, Belgio, Grecia e Cipro sostengono la proposta riguardo alla proporzione tra trasferimenti e prestiti; mentre Olanda, Danimarca, Austria, Svezia e Finlandia vorrebbero che tutta l’azione avvenisse mediante prestiti; e Polonia, Romania e Repubblica Ceca sostengono soprattutto l’utilizzo di trasferimenti.

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Riguardo all’allocazione dei fondi, Germania, Spagna e Polonia sostengono l’uso di indicatori pre-pandemia, rispetto al sostegno verso i Paesi già fragili prima della crisi. Al contrario Italia, Francia, e la maggior parte dei Paesi UE chiedono che si basi sull’impatto della crisi. Lituania, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Bulgaria e Slovenia chiedono inoltre che una proporzione maggiore venga allocata ai Paesi membri con un reddito pro capite più basso. Mentre Polonia, Grecia, Cipro, Malta, Ungheria e Romania propongono di dedicare fondi specifici al settore del turismo – e c’è da chiedersi come mai Italia e Spagna non si siano espresse anch’esse in tal senso.

Un altro tema di scontro è il periodo di tempo nel quale allocare e spendere i fondi. Alcuni Paesi, come Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania e Cipro, forse timorosi di non riuscire a impiegare utilmente le risorse in poco tempo, propongono di spalmarli su un periodo più lungo; mentre Germania, Austria e Danimarca di concentrarli nel 2021 e 2022. L’Italia da un lato avrebbe interesse a concentrarli per cercare di dare una spinta alla ripresa economica. Dall’altro ha lo storico e cronico problema di non riuscire amministrativamente a investire le risorse, per cui abbiamo decine di miliardi stanziati e di cantieri mai avviati. E forse da questo dipende il silenzio per ora sul tema.

I frugali, sostenuti da Francia, Germania e Ungheria, chiedono anche un piano dettagliato rispetto a come ripagare il debito contratto per finanziare il Recovery Fund. Mentre Francia, Germania, Spagna, Irlanda, Estonia e Lussemburgo sostengono la necessità di una forte governance europea per il monitoraggio dell’utilizzo dei fondi. Lo sforzo comune è grande e non si può rischiare che venga vanificato da un uso inefficace delle risorse, o fuori dalle priorità decise in comune.

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