Tassa europea sulle emissioni di CO2: l’ipotesi che non piace a Mosca

Il presidente russo Vladimir Putin. [EPA-EFE/ALEXEY NIKOLSKY / SPUTNIK / KREMLIN POOL / MANDATORY CREDIT]

L’ipotesi di Bruxelles preoccupa la Russia. Secondo le stime della società di revisione Kpmg la carbon tax potrebbe costare agli esportatori russi più di 5 miliardi di euro all’anno.

I piani europei per l’introduzione di una carbon tax ai confini del blocco non saranno in linea con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. A dirlo è il ministro dell’Economia russo Maxim Reshetnikov. Mosca teme che l’Unione europea “utilizzi l’agenda climatica per creare nuove barriere” commerciali. “Per noi è molto importante che tutte le misure che vengono adottate per promuovere l’agenda ambientale siano strettamente conformi alle regole del Wto, perché i meccanismi che vengono ora proposti da alcuni dei nostri colleghi, a nostro avviso, sono in contrasto con le regole del Wto”, ha sottolineato Reshetnikov.
Il Cremlino ha preso molto sul serio la proposta della Commissione europea e ha già esortato i giganti dell’economia russa a iniziare ad adattarsi al cambiamento.

Il costo per gli esportatori russi

La carbon border tax potrebbe costare agli esportatori russi più di cinque miliardi di euro all’anno, secondo le stime presentate dagli esperti della società di revisione Kpmg nel corso di un incontro dell’Unione russa degli industriali e degli imprenditori. Kpmg ha valutato che se l’Ue introducesse il prelievo a partire dal 2025, e applicasse una tassazione basata sulle emissioni dirette di carbonio nella produzione, gli esportatori russi  dovrebbero versare circa 33,3 miliardi di euro tra il 2025 e il 2030. Se invece Bruxelles decidesse di adottare un regime fiscale ancora più severo, imponendo tasse basate sulle emissioni sia dirette che indirette, le imprese russe potrebbero dover pagare 50,6 miliardi di euro entro la fine del decennio. L’Europa è il più grande mercato di esportazione della Russia. Nel 2019 Mosca ha esportato nel Vecchio Continente 143 miliardi di euro di merci, di cui circa due terzi in petrolio e gas.

Una strategia climatica sui generis

Malgrado la Russia abbia ratificato formalmente l’Accordo di Parigi, il suo impegno per il clima finora non è andato oltre le dichiarazioni d’intenti. A fine di marzo, il governo russo ha pubblicato il suo progetto di strategia a lungo termine per ridurre le emissioni di gas serra entro il 2050. La bozza di strategia ridurrebbe le emissioni del 33% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Se da un lato si tratta di un modesto miglioramento rispetto all’attuale impegno della Russia di ridurre le emissioni del 25-30% nello stesso arco di tempo, dall’altro il nuovo piano rappresenta un significativo aumento delle emissioni rispetto ad oggi. Questo perché le attuali emissioni della Russia sono circa la metà di quelle del 1990, come ha spiegato un’analisi del Word Rescue Institute. Nuove restrizioni europee potrebbero costringere Mosca a fare un cambio di passo, ma non è così scontato che ciò avvenga.

La proposta della Commissione europea

La carbon border tax (o il carbon border adjustment mechanism), ancora in fase di studio, dovrebbe essere introdotta entro gennaio 2023 e prevede che i prodotti ad alta intensità di carbonio importati da altri Paesi siano soggetti a una tassa per entrare nel mercato europeo. Questo strumento mira a garantire che le aziende europee possano competere con società che hanno sede in Paesi che non regolano le emissioni di CO2 del settore industriale.

I produttori europei che producono beni ad alta intensità di carbonio, come l’acciaio e i prodotti chimici, hanno lamentato più volte che i piani per aumentare i costi di carbonio del sistema europeo di scambio delle emissioni (Ets) li metterebbero in una posizioni di svantaggio rispetto ai concorrenti extra-Ue che non sono soggetti a tali normative.

La carbon border tax oltre che contribuire a ridurre le emissioni dovrebbe contribuire, insieme ad altre “risorse proprie”, a rimborsare nel lungo periodo i 750 miliardi di euro del Recovery Fund. Per ridurre la CO2 l’Ue sta valutando anche la possibilità di rivedere il sistema Ets, estendendolo ai voli internazionali e alle navi.

Come spiega EURACTIV.com, l’Europa non è l’unica potenza mondiale ad aver preso in considerazione l’ipotesi di introdurre questo tipo di tassazione, secondo un progetto della piattaforma elettorale del Partito democratico americano, gli Stati Uniti farebbero lo stesso se Joe Biden sconfiggesse l’attuale Donald Trump nelle elezioni presidenziali di quest’anno.

“Applicheremo una tassa di adeguamento delle emissioni di CO2 alla frontiera per i prodotti provenienti da Paesi che non rispettano gli impegni assunti nell’ambito dell’accordo di Parigi sul clima, perché non permetteremo agli inquinatori di minare la competitività americana”, si legge nel documento.