Coronavirus, un lavoratore europeo su quattro in Cassa integrazione

I dipendenti di una fabbrica vicino a Valenciennes, nel nord della Francia. [EPA-EFE/SEBASTIEN COURDJI]

In Europa sono state presentate 42 milioni di domande per poter beneficiare degli ammortizzatori sociali. Un record che non era stato raggiunto neanche durante la crisi del 2008, come rivela uno studio dell’Istituto sindacale europeo (ETUI).

Tra fine aprile e i primi di maggio in Europa sono state chieste indennità per lavoro ridotto o altri sussidi simili per il 26% dei 160 milioni di lavoratori dell’Unione, vale a dire uno ogni quattro. Una percentuale mai raggiunta prima, nemmeno durante la crisi finanziaria del 2008. A dirlo è uno studio dell’Istituto sindacale europeo (ETUI) del 13 maggio, intitolato “Garantire un lavoro equo a tempo parziale – una panoramica europea”.

Guardando i dati dei singoli Stati membri, aggiornati ai primi di maggio, emerge che la Francia era al primo posto con oltre 11 milioni di domande, seguita dalla Germania con oltre 10 milioni di domande e dall’Italia dove il 3 maggio, secondo i dati Inps, i beneficiari della Cassa integrazione ordinaria erano poco più di 8 milioni. Secondo gli ultimi dati Inps, invece, i beneficiari potenziali complessivi di Cassa integrazione ordinaria, in deroga, assegno ordinario e integrazioni salariali sono 7,2 milioni.

Se si va a vedere la percentuale di lavoratori coinvolti da queste misure, il quadro cambia sensibilmente da Paese a Paese. Al primo posto, in questo caso, c’è la Svizzera dove per quasi la metà dei lavoratori (48,1%) sono state chieste indennità di lavoro ridotto. Al secondo posto c’è la Francia con il 47,8% dei lavoratori, seguita dall’Italia con il 46,6 %. In Germania invece, malgrado l’elevato numero di domande, solo 1 lavoratore su 4 è in lavoro ridotto.

Il report dell’Istituto sindacale europeo sottolinea come i diversi ammortizzatori sociali abbiano consentito di evitare che tanti lavoratori europei si trovassero improvvisamente disoccupati e senza alcun sussidio, come è avvenuto negli Stati Uniti, dove la pandemia ha fatto perdere il lavoro a 33 milioni di persone.

“Viste le lacune a livello nazionale e internazionale, i problemi di copertura e l’incredibile ritardo nel rendere operativa la SURE, il rischio è che se gli Stati e l’UE non intervengono rapidamente gran parte di questi 42 milioni di lavoratori finisca disoccupata”, ha dichiarato il segretario generale della Confederazione europea dei sindacati Luca Visentini all’agenzia di stampa spagnola EFE.

Secondo la Confederazione europea dei sindacati “con il programma SURE la Commissione Europea ha riconosciuto l’importanza di lavoro a orario ridotto per evitare la disoccupazione e sostenere i salari dei dipendenti”. Il programma però “fornisce solo un sostegno finanziario e quindi perpetua le potenziali carenze strutturali dei sistemi nazionali”.

Visentini, come riporta Euractiv Spagna, mette in guardia anche dal rischio che con l’attenuarsi del lockdown gli Stati siano tentati dal sospendere gli ammortizzatori sociali previsti finora. Il che, secondo il sindacalista, “genererebbe una disoccupazione di massa”. A questo proposito Visentini ricorda anche che le spese sostenute dagli Stati per la cassa integrazione e altre misure analoghe potranno essere recuperate non appena il Sure sarà operativo. Come ha spiegato la Commissione europea, questo sistema fornirà assistenza finanziaria per un totale di 100 miliardi di euro sotto forma di prestiti, concessi agli Stati membri a condizioni favorevoli.