Recovery Plan: un compromesso, ma che fa la storia

epa08553224 Riunione del Consiglio Europeo, Brussels, Belgio, 18 luglio 2020.

L’accordo raggiunto dal Consiglio europeo è, come sempre, un compromesso rispetto alla proposta iniziale della Commissione e a quella di Michel all’inizio della riunione. Ha luci ed ombre. Ma è probabilmente anche un accordo storico, nella misura in cui fa fare all’Unione europea un salto di qualità nella risposta alla pandemia e nell’arsenale di strumenti a sua disposizione. Non era affatto scontato che l’opera di mediazione di Angela Merkel e Charles Michel avesse successo.

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Aldilà dell’importanza della posta in gioco, delle cifre di cui si parla, e dei complessi aspetti tecnici, ci sono varie ragioni strutturali e di natura politica.

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Il dibattito naturalmente si soffermerà sugli aspetti più contestati dell’accordo: l’ammontare della capacità di debito e quindi del Fondo (alla fine è rimasta di 750 miliardi, e analizzeremo il dettaglio dei capitoli di spesa altrove), la proporzione tra trasferimenti (390 miliardi, il 52%) e prestiti agevolati (360 miliardi, il 48%); e sulla gestione di tali fondi, la governance dell’implementazione (che è affidata alla Commissione, incluso il controllo sui Piani di rilancio nazionali e la loro implementazione, che il Consiglio approverà a maggioranza qualificata, ma con la possibilità per un singolo Stato di chiedere di deferire la questione al Consiglio europeo sospendendo così la decisione per al massimo 3 mesi). L’Italia sarà il maggior beneficiario, con 209 miliardi tra trasferimenti e prestiti. Si tratta di fondi da impegnare e spendere tra il 2021 e il 2023, il che metterà a dura prova la capacità di governo e amministrative del Paese per riuscire a spenderli bene.

In realtà il compromesso ed i sacrifici sono stati fatti sul fronte meno appariscente, ma non meno importante: il quadro finanziario pluriennale, cioè il bilancio pluriennale dell’Ue che deve finanziare tutte le politiche pubbliche europee per i prossimi 7 anni, ben oltre la risposta alla pandemia. Sarà inferiore al previsto, pari a 1074 miliardi. Una scelta poco lungimirante alla luce dei nuovi impegni e responsabilità cui si vorrebbe l’Ue facesse fronte, dalla sanità alle migrazioni, dalla lotta ai cambiamenti climatici alla difesa.

Ma non va dimenticato che comunque è stato acquisito il principio di un debito europeo, collegato al bilancio europeo. Una scelta temporanea, per uno strumento straordinario, ma intanto un precedente su cui si potrà far leva per acquisire poi il principio in un modo strutturale, fondandolo su vere risorse proprie dell’Unione, come ha chiesto il Parlamento europeo.

Si può discutere all’infinito se il compromesso potesse essere migliore. Di certo c’è che senza la regola dell’unanimità probabilmente la proposta originaria della Commissione sarebbe stata approvata a maggioranza qualificata già da tempo. Il che dice tutto dei costi che i cittadini europei sopportano a causa dell’unanimità, un meccanismo decisionale non democratico, inefficace e inefficiente.

 

Giù le mani dal bilancio europeo!

I compromessi, si sa, per definizione scontentano tutti. Ma permettono anche a ciascuno di tornare a casa propria ed affermare che ha ottenuto, seppur parzialmente, qualcosa di significativo.

Il Consiglio Europeo, che è chiamato a decidere sulle sorti dell’Europa nel prossimo …

Come sempre accade, nei dibattiti nazionali si cercherà di valutare se il proprio governo esca vincitore o sconfitto da questo compromesso. Inevitabilmente, chi ha fatto le proposte più ambiziose, anche solo per poter ottenere un compromesso più avanzato, potrebbe per certi aspetti sembrare sconfitto. E questo vale anche per il governo italiano, che è però riuscito a compensare ogni passo verso le posizioni dei “frugali” con un aumento dei fondi destinati all’Italia, che sono maggiori di quanto previsto inizialmente. Se si guarda alla sostanza dell’accordo e alla situazione dell’Unione prima della pandemia, è evidente che i Paesi che puntavano ad una risposta europea forte e solidale sono in larga misura riusciti nel loro intento, oltre ad aver già ottenuto misure concrete dalla Banca centrale europea, dalla Commissione e dalla Banca europea degli investimenti. La sfida è poi farne buon uso.

Certamente il fatto che il Consiglio (cioè i governi nazionali) riesca a entrare nella gestione del Fondo – che essendo legato al bilancio Ue avrebbe dovuto essere gestito interamente dalla Commissione – è un precedente rischioso. E soprattutto renderà molto più farraginosa e politicizzata la gestione del Fondo stesso. Il mercanteggiamento e gli scontri dei negoziati per l’istituzione del Fondo rischiano di ripetersi durante la sua implementazione. Al contrario una cabina di regia in capo alla Commissione avrebbe garantito maggiore efficienza ed anche un forte sostegno agli Stati per assicurare un utilizzo efficace e lungimirante delle risorse europee, che è nell’interesse di tutti i cittadini.

Non sembra che il Consiglio europeo abbia tenuto conto di tutti i “paletti” indicati dal Parlamento europeo. Presto si vedrà se il Parlamento accetterà comunque questo compromesso o proverà a rilanciare, e su quali aspetti.

Europa, la montagna e il topolino

Comunque si voglia giudicare il Consiglio, quando emergerà un compromesso definitivo, la verità è che siamo ancora in mezzo al guado. Schiacciati fra ventisette democrazie che non sono in grado di risolvere problemi.

Quando, dopo che nel 1984 il Parlamento di …