Recovery Plan: risorse e sfide per il Mezzogiorno

[EPA-EFE/CESARE ABBATE]

Nei giorni scorsi si è scatenato un polverone sulla questione della destinazione territoriale delle risorse del Next Generation EU. Vediamo di capire meglio, al netto della nebbia generata dalla polvere mediatica, quali sono i reali termini del problema.

La maggior parte dei territori del Sud soffre di un ritardo strutturale di sviluppo che risale alla notte dei tempi. Mai veramente sanato. Non dagli esperimenti della ‘contrattazione programmata’, che per decenni ha provato ad esportare un modello di crescita basata sulle grandi imprese, divenute poi cattedrali nel deserto a causa di piani industriali carenti (per usare un eufemismo), mancate visioni strategiche, investimenti assenti o tardivi in infrastrutture di collegamento, problemi di ordine pubblico, etc. Né dall’opposta filosofia della ‘programmazione negoziata’, che ha trovato negli enti locali degli erogatori di risorse per la raccolta di consenso, piuttosto che per l’efficientamento dei sistemi produttivi.

Un colossale fallimento delle politiche di sostegno al Mezzogiorno. Che ha innescato un circolo vizioso di crescente riduzione degl’investimenti, con conseguente aumento dei divari territoriali. La Svimez ha certificato come la spesa per investimenti al sud sia stata sistematicamente inferiore, negli ultimi decenni, all’impegno di orientarvi almeno il 34% delle risorse. Se negli anni Sessanta quasi il 60% degli stanziamenti finiva al sud, negli anni passati quella proporzione era scesa a meno del 20% (ancora meno nel settore delle infrastrutture).

Recovery Fund: un'opportunità e una sfida per il Mezzogiorno

Dopo trattative intense e complicate, i paesi europei hanno approvato la proposta della Commissione Europea sul Recovery Fund: un investimento di 750 miliardi di euro, di cui 390 miliardi di trasferimenti e 360 di prestiti agevolati, denominata evocativamente Next Generation …

Il Next Generation EU genera quindi, comprensibilmente, aspettative di riscatto; e può rappresentare l’occasione per ripensare il modello di sviluppo, orientando gl’investimenti al futuro, piuttosto che (solo) a colmare i ritardi del passato. Puntando su infrastrutture digitali e di trasporto, sulla trasparenza e l’efficienza delle amministrazioni pubbliche, su piani industriali che anticipino l’evoluzione sociale ed economica dei prossimi anni, sull’innovazione, la transizione verde, etc.

È un problema di risorse? Anche, ma non solo.

Le linee guida Ue hanno ripartito i fondi su base nazionale, in base a tre fattori: popolazione, tasso di disoccupazione e Pil pro capite. Per questo all’Italia sono state assegnati 209 miliardi di risorse. Se si dovesse seguire la stessa logica a livello sub-nazionale, qualcuno ha calcolato che al Mezzogiorno dovrebbero andare il 66% dei fondi. Una scelta suggerita dalla Ue, ma che il governo non ha fatto, almeno non in senso stretto, sulla base di quanto indicato dall’ultimo documento: mancherebbero all’appello 20 miliardi.

Una scelta, tuttavia, niente affatto nuova; coerente con quanto già in precedenza annunciato dal governo. In un comunicato stampa del 28 settembre 2020 (curiosamente presente solo nella versione inglese, non in quella italiana del sito del Ministero), il Ministro per il Sud e la coesione territoriale Giuseppe Provenzano dichiarava: “sui tavoli negoziali europei, l’Italia ha ottenuto un volume senza precedenti di risorse per la coesione, oltre alle sovvenzioni per la Ripresa, pari a circa 65 miliardi di euro, il 34% almeno delle quali devono essere allocate al Sud Italia (anche se l’analisi dei fabbisogni d’investimento, anche maggior di quella cifra, dovrebbe prevalere, specialmente nel settore delle infrastrutture)”. Il dato tornava quindi ad essere quello del 34%.

Ed ancora, più avanti: “sulla base dei conteggi più recenti, dovremmo ricevere ‘almeno’ 25 miliardi di euro dal Recovery Plan (esclusa la componente prestiti) e la maggior parte dei 10 miliardi del React EU, più circa 52 miliardi di euro di fondi strutturali. Il Mezzogiorno riceverà l’80% del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, che aumenterà allo 0,6% del Pil per il ciclo di programmazione 2021-2027 (più di 73,5 miliardi di euro). In totale, la spesa ‘addizionale’ attivabile per il Sud arriverà a 140 miliardi di euro, in media più dell’1% annuo del Pil”.

Questa è la cifra sulla quale basarsi per qualsiasi considerazione. E questa cifra corrisponde a circa la metà delle risorse complessive che arriveranno all’Italia nei prossimi sette anni (NGEU + bilancio pluriennale). Non ci pare quindi che le previsioni siano state sconvolte.

Il problema vero non è (solo) stanziare le risorse. È spenderle. Possibilmente in progetti sensati. E su questo è inquietante osservare, sempre dal sito istituzionale di Open Coesione, che la spesa impegnata sui fondi europei al sud negli ultimi sette anni è stata inferiore al 50% degli stanziamenti (contro circa il 70% del centro-nord). In pratica, il segnale lanciato dal sud negli ultimi anni (ma nei precedenti era analogo) è stato di incapacità di spendere le risorse allocate. Non la premessa migliore per pretenderne altre.

Per lo sviluppo servono risorse, certo. Allo stesso tempo servono progetti seri, sostenibili, rivolti al futuro, gestiti e rendicontati in maniera efficiente, trasparente e tempestiva. Questa è la vera sfida per il Mezzogiorno d’Italia. Nei prossimi anni il 50% delle risorse europee saranno indirizzate in quelle regioni. Ci auguriamo tutti che sia l’occasione per una forte assunzione di responsabilità ed un cambio di rotta, chiaro e preciso. Al di là dei polveroni mediatici.