Recovery Fund: la Polonia non vuole vincolare i fondi alla tutela dei diritti e minaccia il veto

Il leader del partito al governo (PiS) Jarosław Kaczyński. [EPA-EFE/Radek Pietruszka POLAND OUT]

Il leader del partito di maggioranza polacco Diritto e giustizia (PiS), Jarosław Kaczyński, ha minacciato di porre il veto sul bilancio europeo e sul Recovery Fund se dovessero essere collegati al rispetto dello Stato di diritto.

Kaczyński, nominato vice primo ministro la scorsa settimana dopo il rimpasto della coalizione di governo, ha dichiarato al giornale di destra Gazeta Polska Codziennie che “ci sarà un veto, se le minacce e il ricatto continueranno. Difenderemo fermamente gli interessi della Polonia”.

Il leader del PiS ha persino paragonato l’azione dell’Unione europea a quella del regime sovietico sulla Polonia. “Per far capire a tutti cosa riguarda la nostra disputa con l’Ue, farò l’esempio della Repubblica popolare polacca”, ha dichiarato Kaczyński. “Noi siamo dalla parte giusta della storia e chi vuole portarci via la nostra sovranità per un proprio capriccio è destinato a fallire”, ha aggiunto.

L’ex presidente del Consiglio europeo, ora leader del Partito popolare europeo, Donald Tusk, anch’egli polacco, ha espresso disappunto per le dichiarazioni del connazionale in un tweet: “Il vice primo ministro Kaczyński ha annunciato di essere pronto a bloccare gli aiuti finanziari per la Polonia solo per restare impunito per aver violato lo Stato di diritto. E io che pensavo che non potesse più sorprendermi”.

Frugali contro Visegrad

La disputa sullo Stato di diritto, vale a dire sulla possibilità di vincolare i fondi europei al rispetto dei valori e dei principi democratici su cui si fonda l’Unione,  è uno dei punti chiave per l’approvazione del nuovo bilancio europeo e del Recovery Fund. La presidenza tedesca dell’Ue aveva provato a proporre un compromesso, che aveva incontrato la resistenza di due fronti opposti. Da un lato i Paesi “frugali”, ovvero Olanda, Danimarca, Austria e Svezia, supportati da Belgio, Finlandia e Lussemburgo, che chiedono uno stretto collegamento dei fondi europei al rispetto dello Stato di diritto. Dall’altro lato, invece, il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia)  che fa fronte compatto e rifiuta di accettare regole troppo stringenti.

Sono in particolare Polonia e Ungheria a trovarsi nel mirino delle istituzioni europee, che hanno già sanzionati più volte questi due Paesi, in particolare per l’influenza che il loro governo esercita sul potere giudiziario.

Il rischio di veti incrociati tra i due fronti è molto elevato, soprattutto considerando che anche il Parlamento europeo non è soddisfatto della situazione e ha già interrotto i negoziati con il Consiglio, che ha accusato di “mancanza di volontà” nel trovare un accordo.

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Italia in pressing

A temere i veti incrociati e i conseguenti ritardi nello stanziamento delle risorse del Recovery Fund è soprattutto l’Italia. “Continuiamo a sostenere lo sforzo dei vertici delle istituzioni comunitarie e della presidenza tedesca volto a evitare rinvii dell’operatività di Next generation Eu. Non dobbiamo permettere che possano generarsi ritardi a causa di un utilizzo divisivo di principi e regole come quelle relative allo stato di diritto su cui il consiglio europeo ha già adottato decisioni”, ha dichiarato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte al Senato, durante le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre.

Tra i nodi da sciogliere c’è anche quello delle risorse proprie: le tasse comuni destinate a garantire e rimborsare le emissioni di debito necessarie per il Recovery Fund. Per introdurre queste nuove entrate europee bisogna trovare un accordo con l’Europarlamento e soprattutto l’approvazione all’unanimità del Consiglio europeo.