Recovery Fund, cosa sono le “risorse proprie”: dalla tassa sulla plastica a quella sul digitale

La presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen interviene durante la plenaria del Parlamento Ue. [EPA-EFE/FRANCOIS WALSCHAERTS / POOL]

Per finanziare il piano per la ripresa sono necessarie delle forme di prelievo fiscale a livello europeo. Le tasse ipotizzate sono quattro. L’unica certa è quella sulla plastica, in vigore dal prossimo anno.

Nella risoluzione sulle conclusioni del Consiglio europeo votata giovedì 23 luglio gli eurodeputati hanno ribadito che “soltanto la creazione di nuove risorse proprie può aiutare a rimborsare il debito dell’Ue, salvando al contempo il bilancio e alleviando la pressione fiscale sulle tesorerie nazionali e sui cittadini dell’Unione”. Queste nuove fonti di introito, che saranno gestite dalla Commissione, dovrebbero permettere di rimborsare nel lungo periodo i 750 miliardi di euro del Recovery Fund. Le risorse di cui si discute sono quattro: tassa sulla plastica riciclabile, sul digitale, sull’anidride carbonica alla frontiera e sul sistema degli scambi di emissioni.

Il Consiglio europeo per ora si è limitato a concordare l’entrata in vigore della tassa sulla plastica. Inoltre ha scritto che la Commissione presenterà entro il primo semestre 2021 la tassa sul carbonio e quella sul digitale e che “nel corso del prossimo Quadro finanziario pluriennale lavorerà all’introduzione di altre risorse proprie, che potrebbero comprendere un’imposta sulle transazioni finanziarie”

Le nuove risorse dovranno essere approvata dal Consiglio europeo all’unanimità, dopo aver sentito il parere del Parlamento e deve essere ratificata da parte di ciascun Stato membro, in base alle rispettive norme costituzionali.

La tassa sulla plastica

La tassa sulla plastica mira da un lato a disincentivare l’uso degli imballaggi in plastica monouso e dall’altro a reperire le risorse necessarie per finanziare la ripresa. Per ogni chilogrammo di plastica contenuto in imballaggi non riciclati sarà introdotto un tributo nazionale di 80 centesimi. In base ai calcoli contenuti nel piano della Commissione europea del 2018 questa tassa potrebbe generare circa 7 miliardi di euro di ricavi all’anno. Sarà introdotta e applicata a decorrere dal 1º gennaio 2021.

In Italia la tassa sulla plastica, già prevista nella legge di bilancio 2019, doveva entrare in vigore nel luglio 2020, ma è stata rinviata a causa dell’emergenza Covid. “Posso confermare che dal prossimo anno entrerà in vigore”, ha dichiarato nei giorni scorsi il ministro dell’Ambiente Sergio Costa. Le imprese hanno contestato con forza questa scelta. “Non comporta benefici ambientali, penalizza i prodotti e non i comportamenti e rappresenta unicamente una leva per rastrellare risorse”, aveva dichiarato Confindustria quando era stata presentata la Manovra.

Carbon border tax

Nelle sue conclusioni il Consiglio europeo ha scritto che la Commissione presenterà una proposta per un “meccanismo di adeguamento delle emissioni di CO2 alla frontiera” che dovrebbe essere introdotto entro gennaio 2023. Questo strumento mira a garantire che le aziende europee possano competere con società che hanno sede in Paesi che non regolano le emissioni di CO2 del settore industriale. Secondo le stime di Bruxelles la Carbon border tax potrebbe raccogliere 5-14 miliardi di euro all’anno. Il meccanismo dovrà essere conforme alle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Questa tassa rientra tra le misure che l’Ue intende introdurre per raggiungere il suo obiettivo di neutralità climatica entro il 2050. I dazi sulle emissioni ai confini europei potrebbero scatenare un nuovo scontro tra l’Europa e gli Stati Uniti, che hanno già minacciato ritorsioni.

La riforma dell’Ets

Bruxelles intende proporre anche una revisione del sistema di scambio di quote di emissione (Ets). Questo sistema è una sorta di mercato a cui partecipano le aziende che si scambiano le emissioni di CO2. L’Ue ha fissato un tetto massimo, che è stato abbassato progressivamente, per ridurre l’inquinamento atmosferico. Le aziende hanno a disposizione un certo numero di “quote” di emissioni, che sono cedibili. Questo significa che chi riesce a ridurre le proprie emissioni può vendere le sue quote ad altre aziende che inquinano di più.

La partecipazione a questo mercato è obbligatoria per le imprese che producono energia, per i settori industriali ad alta intensità energetica e l’aviazione, ma solo per i voli all’interno dell’Unione europea. L’idea sarebbe quella di estendere questo mercato ai voli internazionali e al settore marittimo. Anche per questa riforma è necessario il via libera unanime dei Paesi membri e alcuni Stati più “generosi” verso il settore potrebbero opporsi.

Tassa sul digitale

Entro il 1° gennaio 2023 l’Unione europea dovrebbe introdurre anche la digital tax sui colossi del web come Facebook, Google e Amazon, che potrebbe portare nelle casse europee un miliardo di euro l’anno.

A giugno gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro dalle trattative in corso, in sede Ocse, tramite una lettera inviata ai ministri dell’Economia di Italia, Francia, Spagna e Regno Unito. Nella missiva il segretario al Tesoro americano Steven Mnuchin giustificava questa decisione sostenendo che i negoziati sulla tassa digitale erano giunti a un punto morto. Francia, Gran Bretagna, Italia e Spagna hanno risposto congiuntamente alla lettera, ribadendo di non aver alcuna intenzione di tornare indietro su questo tema.

“Spero che questa sia una battuta d’arresto temporanea”, aveva dichiarato in quell’occasione il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni. “Crediamo che l’approccio a due pilastri dell’Ocse sia quello giusto. Ma se quest’anno questo si rivelerà impossibile, presenteremo una nuova proposta a livello europeo”.