Politica agricola Comune: a che punto sono i negoziati tra Parlamento e Consiglio

Il fondo di riserva di crisi rimane una questione in sospeso nei colloqui sulla riforma della Politica agricola comune (Pac) dell’Ue, poiché le posizioni del Parlamento europeo e dei ministri dell’agricoltura dell’Ue sulla questione sono ancora distanti.

Introdotta dalla Pac nel 2013 e progettata per sostenere il settore agricolo in tempi di crisi, questa riserva può essere utilizzata per finanziare misure eccezionali per contrastare le perturbazioni del mercato che colpiscono la produzione o la distribuzione.

Tuttavia, il fondo non è mai stato utilizzato finora, nonostante le richieste in tal senso, poiché viene costituito ogni anno attraverso riduzioni dei pagamenti diretti nell’ambito del meccanismo di disciplina finanziaria. Ciò significa che l’attivazione della riserva di crisi comporterebbe corrispondenti tagli ai pagamenti diretti agli agricoltori.

Gli Stati membri, ma anche l’associazione degli agricoltori COPA-COGECA, non sono disposti a permettere che questo accada, perché pensano che il fondo non porterebbe alcun beneficio aggiuntivo per gli agricoltori sofferenti, bensì trasferirebbe solo denaro da una tasca all’altra.

Per il periodo 2014-2020, il fondo di riserva comprende sette rate annuali uguali di 400 milioni di euro, per un totale di 2,8 miliardi di euro. Ma nemmeno nel bel mezzo della perturbazione Covid-19 questa potenza di fuoco finanziaria è stata dispiegata, per i motivi di cui sopra.

Per evitare che situazioni simili si verifichino in futuro, la prossima proposta della Commissione sulla Pac include l’idea di sganciare l’uso del fondo dalla riduzione dei pagamenti diretti agli agricoltori.

Nel mandato negoziale per la Pac di transizione, il Parlamento europeo ha approvato un emendamento che chiede che la riserva di crisi sia finanziata fuori dal bilancio della Pac, in aggiunta ai pagamenti diretti e al finanziamento dello sviluppo rurale.

Il Parlamento chiede un budget iniziale di 400 milioni di euro, con ulteriori fondi che potrebbero essere aggiunti ogni anno insieme al denaro inutilizzato dell’anno precedente, fino a raggiungere 1,5 miliardi di euro.

“Abbiamo sostenuto questa proposta, ma il Consiglio è molto scettico”, ha detto a Euractiv.com la negoziatrice del Parlamento Ulrike Müller. Secondo la liberale tedesca, i fondi per questa riserva d’emergenza non dovrebbero provenire dal bilancio agricolo, se l’Ue vuole usare questi soldi quando gli agricoltori dovranno affrontare un’altra crisi.

Ha fatto notare che il modo in cui la riserva di crisi è stata finanziata in passato prevedeva che i pagamenti diretti venissero trattenuti per un anno, quindi gli agricoltori avevano accesso al denaro di quella riserva solo nell’anno successivo, quando non ce n’era più bisogno. “Il dibattito sulla riserva di crisi è qualcosa che abbiamo ancora davanti a noi, ma manterremo la nostra posizione”, ha detto, aggiungendo che i negoziati riguardano il “dare e l’avere”.

La Commissione europea sostiene la posizione del Parlamento, poiché il fondo di riserva di crisi dovrebbe essere più grande di quello attuale e diventare una vera e propria riserva di crisi, indipendente da sussidi o aiuti.

Giovedì (21 gennaio), il Comitato europeo delle regioni ha pubblicato uno studio esterno che sottolinea ugualmente la necessità di disaccoppiare la riserva di crisi dai pagamenti diretti della Pac, poiché altrimenti gli agricoltori verranno a pagare indirettamente la riserva di crisi.

“Un’efficace riserva di crisi agricola è chiaramente una parte essenziale del kit di strumenti per rispondere a qualsiasi futura emergenza pandemica, e deve essere adeguatamente finanziata su una base sostenibile”, si legge nello studio. La riforma della Pac, il principale programma agricolo dell’Ue, è attualmente in fase di trilogo, il che significa che sono in corso negoziati interistituzionali tra ministri ed eurodeputati. Entrambe le parti negoziali si aspettano di raggiungere un accordo finale entro aprile o maggio, sotto la presidenza portoghese dell’Ue.