Piano Juncker: un bilancio dei suoi successi e alcuni suggerimenti per il futuro

Un progetto di successo, che ha aperto la strada a nuovi metodi di finanziamento e i cui risultati hanno superato di slancio le previsioni iniziali: è questo in sintesi il bilancio finale del Piano di investimenti per l’Europa o FEIS (il cosiddetto ‘Piano Juncker’, dal nome dell’ex presidente della Commissione Ue che lo aveva fortemente voluto), raccolto in un report pubblicato recentemente dalla Bei, la Banca europea degli investimenti. 

Oltre 500 miliardi 

Partito nel 2015 per aiutare le economie dei paesi dell’Unione a riprendersi dai gli effetti non ancora riassorbiti della crisi del 2008-09, il piano prevedeva di mobilitare entro il 2020 – grazie alla leva prodotta da una dotazione iniziale di 21 miliardi di euro – investimenti per un totale di 315 miliardi, poi corretti al rialzo a 500. Una cifra superata con mesi d’anticipo, nonostante l’epidemia di Covid-19: le ultime previsioni, datate settembre, indicavano un totale di 535,4 miliardi. 

“Sono entusiasta di aver visto quanto velocemente siamo riusciti ad adattare la nostra strategia e rispondere alla crisi del Covid”, ha spiegato nel rapporto la vice direttrice operativa del FEIS, Iliyana Tsanova: “Siamo stati in grado di fornire rapidamente la liquidità necessaria per supportare le aziende colpite dalla pandemia, nonché finanziamenti per le aziende che lavorano allo sviluppo di cure e vaccini. La flessibilità è la chiave del successo”. Tuttavia, non va dimenticato che il FEIS “era uno strumento per affrontare una specifica situazione di crisi. Oggi siamo in un nuovo ciclo economico. Il Covid ha provocato shock economici senza precedenti, e l’Ue ha bisogno di un’azione coraggiosa per rimettere in moto le economie, preservare i posti di lavoro e riprendersi con fiducia”.

Italia in prima fila

Le risorse mobilitate dal FEIS sono servite per finanziare i progetti di quasi un milione e mezzo di piccole e medie imprese in tutto il continente, e il nostro Paese è stato uno dei maggiori beneficiari, dietro soltanto alla Francia. Senza contare i progetti pluri-nazionali, infatti, l’Italia ha ricevuto prestiti dal Fondo per un totale di 12,9 miliardi, che hanno mobilitato altri 79,4 miliardi di investimenti a favore di 410 mila piccole e medie imprese, e in 107 progetti in infrastrutture e innovazione: dal miglioramento dei sistemi idrici all’interconnessione delle reti elettriche transfrontaliere, o ancora alla ristrutturazione di ospedali e altre strutture pubbliche.

Un’architettura per il futuro

Il FEIS, secondo Fabio Pammolli, docente di Economia al Politecnico di Milano e membro del Comitato Investimenti del Fondo, “è stato una pietra miliare chiave nel modo di perseguire e realizzare progetti di interesse pubblico. L’idea di avere un’architettura finanziaria complessa che combini la garanzia europea con l’attività, l’esperienza e la diffusione del mercato della Bei, insieme a un comitato indipendente composto da esperti di mercato o accademici, è un contributo importante e deve essere attentamente valutato come un modello e come punto di riferimento per il futuro”, dal momento che il ruolo di intermediario del FEIS ha permesso di affrontare “i fallimenti del mercato senza chiedere agli Stati e alla Commissione europea di intervenire”. 

Proprio l’architettura istituzionale sarà uno dei lasciti più duraturi del Fondo, visto che il successore del ‘Piano Juncker’, cioè il programma InvestEU – la cui durata coinciderà con quella del bilancio pluriennale 2021-2027 dell’Unione – avrà la stessa struttura organizzativa.  Assieme ad essa, il FEIS lascia in eredità ai nuovi piani d’investimento dell’Ue la lezione dei punti critici riscontrati dal direttore del Fondo, Wilhelm Molterer: innanzitutto, un piano come il FEIS “non può mai sostituire un ambiente favorevole agli investimenti o una mancanza di governance e struttura”. Inoltre, siccome le economie dei paesi dell’Unione sono in taluni casi molto diverse, gli strumenti europei “devono tenere conto di queste situazioni regionali”, ovvero “impegnarsi con le banche e le istituzioni di consulenza nazionale”. Infine, occorre una maggiore integrazione dei finanziamenti erogati dai piani d’investimento con quelli dei fondi strutturali, compito che spetta agli stati membri, e un aumento deciso dei progetti transfrontalieri, “che sono ancora troppo pochi”: gli studi degli economisti della Bei – è la conclusione di Molterer – “dicono chiaramente che i confini amministrativi non hanno più la stessa rilevanza di una volta per lo sviluppo economico”.