Next Generation Eu: il successo del piano europeo dipende da quello italiano

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. [EPA-EFE/Riccardo Antimiani]

Se l’Italia perdesse questa occasione sarebbe un grande ostacolo non solo alla ripresa, ma anche alla resilienza dell’Unione. È quanto emerge dal webinar organizzato da Assonime e dalla Fondazione Ugo La Malfa.

Se il piano ‘Next Generation UE’ è un’occasione che l’Italia non può in alcun modo lasciarsi sfuggire, sono ancora molti i punti poco definiti del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) elaborato dal governo, non a caso finito al centro dell’acceso confronto tra le diverse forze che dell’esecutivo fanno parte. E proprio a questo argomento – e sulle ipotesi in merito alla governance che sarà incaricata di attuare il piano –  è stato dedicato il webinar organizzato lunedì 4 gennaio da Assonime (l’associazione italiana delle società per azioni) e dalla Fondazione Ugo La Malfa. 

Far funzionare il PNRR

Un evento – nato sulla scia delle proposte contenute nel rapporto di Assonime Quale assetto istituzionale per l’impiego dei fondi Next Generation EU e di quello della Fondazione La Malfa: Next Generation EU: proposta per il piano italiano – a cui hanno partecipato Giorgio La Malfa, Stefano Micossi e Innocenzo Cipolletta (direttore generale e presidente di Assonime), Massimo Andolfi, Franco Bassanini, Marco Buti, Sabino Cassese, Carlo Cottarelli, Claudio De Vincenti, Adriano Giannola, Fiorella Kostoris, Marcello Messori e Romano Prodi. Tutti d’accordo nel constatare la mancanza, nel piano del governo, di una visione coerente e indirizzata che vada oltre una semplice (e lunghissima) ‘lista di progetti’ a cui partecipano tutte le articolazioni della pubblica amministrazione. 

Secondo i partecipanti – che pure hanno espresso idee diverse riguardo alle specifiche soluzioni organizzative, da un’Authority speciale che resti in carica per l’intera durata del piano (cioè fino al 2027) a una maggiore sinergia tra ministeri, Cipe e pubblica amministrazione – per la riuscita del PNRR le condizioni necessarie sono soprattutto due: l’assunzione a livello centrale delle decisioni sulle grandi ‘componenti’, e l’allocazione di massima delle risorse al livello nazionale, assicurando al contempo il pieno coinvolgimento nelle scelte di fondo del Parlamento nel rispetto dei principi fissati dalle istituzioni comunitarie. 

Il ruolo della pubblica amministrazione

Ad esse, inoltre, si aggiungono quelle che Buti, direttore generale degli Affari economici della Commissione Ue, ha definito “i prerequisiti di tutto, le ‘riforme delle riforme’”, cioè degli interventi decisi che riguardino la giustizia e la pubblica amministrazione. In questi campi, ha ricordato Prodi, “occorrono decisioni choc, che agiscano con l’accetta e non con la lima. Il Paese deve capire che il Piano di ripresa è un nuovo capitolo”. 

D’altra parte, come ha messo in luce Bassanini, “uno dei limiti delle riforme italiane degli ultimi decenni è stata l’indisponibilità di risorse finanziarie per alimentarle e per mitigarne gli effetti su chi ne veniva più colpito. Oggi i soldi ci sono, e dunque occorre fare le riforme. Nella pubblica amministrazione, in particolare, si apre una straordinaria stagione di svecchiamento, ma a oggi non ci sono indicazioni di come la si voglia organizzare in un modo che sia al contempo mirato, selettivo e meritocratico”. Occorre poi, secondo l’ex ministro, che i funzionari dello stato siano coinvolti a pieno titolo nell’implementazione del PNRR: “Invocare sempre il modello del Ponte Morandi vuol dire rinunciare a far funzionare la PA nel suo complesso, che è invece ciò di cui abbiamo più bisogno”.

I rischi di un fallimento italiano 

Altro punto importante, a giudizio di Kostoris, è l’investimento sulla parità di genere: le risorse previste nel piano per questo capitolo sono soltanto 4,3 miliardi su un totale di 196, il 2,3 per cento. Ma ad essere sbagliata, secondo l’economista della Sapienza, è proprio “l’impostazione della questione, che non riguarda tanto l’equità, bensì la crescita economica del Paese, che non può prescindere da un maggiore spazio per l’occupazione femminile, oggi inferiore di 17 punti rispetto a quella maschile e molto lontana dalla media Ue”. 

Più in generale, ha detto nel suo intervento Messori, “il successo del piano europeo dipenderà in larga parte dalla riuscita di quello italiano”. Il nostro, ha spiegato l’economista della Luiss, è infatti “il Paese che riceverà più fondi in senso assoluto e avrà più benefici in termini netti. Se perdessimo quest’occasione saremmo un grande ostacolo non solo alla ripresa, ma anche alla resilienza dell’Unione”, perché il ‘Next Generation Eu’ è “il primo passaggio per avviare un processo di unificazione fiscale e a un rafforzamento dell’Ue”.