Nasce il maggior blocco commerciale del mondo (e non ce ne accorgiamo)

La cerimonia virtuale della firma della Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep), che lega i paesi Asean, la Cina, il Giappone e la Corea del Sud. [EPA-EFE/LUONG THAI LINH]

Mentre i mass-media riempiono i palinsesti fino alla bulimia con commenti sulle misure anti-covid e dati che certificano le quotidiane sciagure della nostra sanità, occasionalmente rimpiazzate dalle bizze di Trump e l’euforia di Biden, nasce fra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico il più grande mercato del mondo.

Nel 1997 crollavano, sotto i colpi di una speculazione di sospetta provenienza statunitense (lo ha scritto nel 2001, nero su bianco, il Premio Nobel Joseph Stiglitz) le valute del sud-est asiatico. Anche la Cina rimase coinvolta, trovandosi con riserve in valuta assottigliate al punto da poter fronteggiare importazioni per un solo mese: una situazione drammatica.

Per evitare analoghe debacle future senza dover ricorrere ad un Fondo Monetario Internazionale ancora sotto l’egida di Washington (lo denunciava nel 1989 l’economista della Banca Mondiale John Williamson), il Giappone proponeva la creazione di un Fondo Monetario Asiatico. Una proposta che gli Usa fecero rimangiare ai sudditi del Sol Levante nel giro di pochi giorni. Ma intanto la Cina aveva imparato l’amara lezione. E stava preparando le contromosse: commerciali e finanziarie.

Nel campo finanziario prese avvio nel 2000 la Chiang Mai Initiative, un accordo sui cambi che di fatto consente ai paesi aderenti di fronteggiare qualsiasi attacco speculativo con prestiti in valuta reciproci. Nel campo commerciale, iniziò già nel 1997 un complesso e lungo negoziato, nel quadro dell’ASEAN+3 (i dieci paesi ASEAN più Cina, Giappone e Repubblica Coreana), che ha visto ieri realizzare una prima importante tappa.

L’accordo raggiunto lancia la nuova iniziativa, denominata Regional Comprehensive Economic Partnership, che mira alla creazione di un mercato unico fra i paesi firmatari (All’ASEAN+3 si sono aggiunti Australia e Nuova Zelanda). Una massa critica che vale il 30% della popolazione e il 30% del PIL mondiale: il più grande blocco commerciale al mondo.

Un accordo che tiene fuori India (grande rivale, in prospettiva, della Cina) e Stati Uniti, che avevano provato a creare un’area privilegiata di scambi con la Trans-Pacific Partnership (abbandonata dalla miopia di Trump). Un grande successo commerciale quindi per la Cina, in vista della realizzazione di quelle due circolazioni previste dal Piano Quinquennale approvato solo pochi giorni fa.

Naturalmente, siamo solo all’inizio. Dovranno essere individuate strategie coordinate e differenziate di produzione; modalità per la riduzione progressiva delle barriere, soprattutto non tariffarie;  sistemi di compensazione per i settori e gli occupati a rischio di rilocazione; etc. Il Covid ha però già rappresentato per questi paesi una grande opportunità per rafforzare gli scambi e ridisegnare le catene del valore all’interno dell’area. E l’affermazione del Premier cinese Li Keqiang che Pechino «terrà a mente le necessità dei partner commerciali quando i vaccini cinesi saranno pronti per la distribuzione» dovrebbe suonare come un campanello d’allarme per un blocco – per ora commerciale ma potenzialmente economico, politico, culturale – in via di consolidamento e che si preannuncia sempre, in prospettiva, più coeso.

In un contesto mondiale di questo tipo, pensare ancora di poter garantire ai cittadini europei i beni pubblici di cui hanno bisogno nel quadro delle cornici giuridiche, economiche e politiche dei singoli Stati nazionali è pura follia.