Multinazionali, la stretta Ue: dovranno dichiarare quante tasse pagano e dove

Il ministro portoghese dell'economia e della transizione digitale Pedro Siza Vieira. [EPA-EFE/TIAGO PETINGA]

La presidenza portoghese del Consiglio dell’Ue ha ottenuto l’appoggio di gran parte dei Paesi europei riguardo la direttiva sui report finanziari per ogni Stato, che punta a obbligare le multinazionali a pubblicare i dati relativi ai loro profitti, in particolare dove li ottengono e dove pagano le tasse.

“Sono felice di annunciare che abbiamo ottenuto un largo supporto da parte della maggioranza degli Stati membri”, ha dichiarato il ministro portoghese dell’economia e della transizione digitale, Pedro Siza Vieira, giovedì 25 febbraio dopo un incontro informale dei ministri europei dell’industria.

Un mandato negoziale sul report pubblico stato per stato sarà formalizzato nei prossimi giorni, ha indicato Siza Vieira. “Abbiamo ancora alcuni passi da effettuare nel processo legislativo, ma saranno completati rapidamente”, ha detto, augurandosi che un accordo possa essere trovato prima di giugno tra i tre attori coinvolti: gli Stati membri, il Parlamento e la Commissione europea.

Una volta approvata, la direttiva obbligherebbe le multinazionali a riferire pubblicamente quante tasse pagano e in quale Stato lo fanno, ha spiegato Siza Vieira.

La proposta è stata portata avanti dalla Commissione europea nel 2016 dopo lo scandalo di ‘Luxleaks’,  che aveva rivelato i regimi di tassazione favorevoli che il Lussemburgo offriva alle multinazionali. Il Parlamento europeo aveva votato la proposta e l’aveva passata al Consiglio dell’Ue a luglio 2017, dove si era poi arenata.

L’organizazzione di beneficienza Oxfam ha definito l’accordo “un importante passo avanti verso la trasparenza delle tasse delle grandi aziende”. Ha tuttavia evidenziato anche gli aspetti negativi, come la possibilità di ottenere delle esenzioni dal report per le informazioni cosiddette ‘commercialmente sensibili’.

Queste regole sarebbero inoltre dedicate solo alle compagnie che eccedono i 750 milioni di dollari di fatturato all’anno, escludendo perciò l’85-90% delle multinazionali. “Chiediamo a Parlamento e Consiglio dell’Ue di potenziare la proposta attuale con regole sulla trasparenza più forti che coinvolgano tutto il mondo, non solo l’Ue”, ha dichiarato Chiara Putaturo, responsabile Oxfam delle politiche Ue su tasse e disuguaglianze.

Il commissario europeo al mercato interno Thierry Breton ha ringraziato gli sforzi della presidenza portoghese per portare a termine una direttiva che da tempo è in fase di costruzione.

Secondo le stime di Bruxelles, l’evasione fiscale delle grandi compagnie costa all’Ue tra i 50 e i 70 miliardi di euro all’anno, mentre secondo il Parlamento europeo le perdite sarebbero addirittura di 200 miliardi.

Tasse sulle multinazionali anche nel mirino dell’Onu

Nel frattempo, anche le Nazioni unite hanno messo nel mirino la tassazione delle multinazionali. Secondo un recente rapporto, la comunità internazionale dovrebbe stabilire una tassazione minima a livello globale per combattere l’evasione fiscale e il riciclaggio di denaro.

Il rapporto stilato dal panel Onu sulla responsabilità finanziaria internazionale, trasparenza e integrità (Facti), pubblicato giovedì 25 febbraio, sostiene che una tassazione minima del 20-30% sui profitti delle multinazionali limiterebbe i vantaggi nello spostamento verso i regimi fiscali più favorevoli.

Il rapporto raccomanda anche la pubblicazione della rendicontazione paese per paese, come nella legislazione europea in fase di discussione.

La fuga illecita di capitali e la massiccia perdita di entrate derivanti dall’evasione fiscale sono stati un fenomeno di lunga data e una delle principali fonti di perdita di reddito in tutto il mondo, e in particolare per le tesorerie africane che perdono circa 10 miliardi di dollari all’anno nei paradisi fiscali.

Il gruppo G77 dei paesi in via di sviluppo ha chiesto che le politiche fiscali globali siano affidate a un nuovo organismo fiscale delle Nazioni Unite in cui sarebbero rappresentati, assumendo il ruolo dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico con sede a Parigi, i cui 35 membri non includono paesi in via di sviluppo.