Lincei: “La costruzione Europea, un’eredità incompleta”

La sede dell'Accademia dei Lincei in Via della Lungara, a Roma

Anche la prestigiosa Accademia Nazionale dei Lincei si è espressa contro gli effetti (molto spesso asimmetrici) che la pandemia avrà sulla società (e quindi sulle dinamiche politiche) e l’economia italiana. Con proposte concrete ad accompagnare l’analisi, sia in un quadro d’intervento nazionale sia europeo, partorite nell’ambito di una Commissione ad-hoc dell’Accademia.

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L’analisi è impietosa verso le classi dirigenti che hanno governato il paese negli ultimi anni. Perché, ricorda il documento, l’Italia era già in una situazione di bassa crescita, ben prima dello scoppio dell’epidemia. E neanche il resto del mondo occidentale se la passava molto meglio.

Il modello tecnocratico, neoliberale, seguito dalla costruzione europea negli ultimi decenni ha messo in evidenza come, “mentre la teoria economica riconosce gli effetti positivi della competizione tra imprese, non ci sono simili basi per sostenere che la competizione tra paesi sia preferibile alla loro cooperazione” (p. 6).

Servono allora “politiche keynesiane a livello europeo” (p. 6): una “politica fiscale con la costruzione di un bilancio con forti capacità di entrata e di spesa”, così come “investimenti nella ricerca, nell’ambiente, nelle infrastrutture di comunicazione e di trasporto, fino a giungere ad una vera unione federale” (p. 7).

In questo senso, come abbiamo più volte anche noi messo in evidenza, il documento ribadisce che l’eccessiva attenzione sulla politica monetaria non è sufficiente. Un’attenzione forse dovuta all’aspettativa che il problema del Covid-19 si sarebbe risolto rapidamente, finendo per essere una questione essenzialmente di liquidità (p. 10), più che di crollo dell’economia reale. E che perciò è urgente rivolgersi alla politica fiscale, evitando di lasciarla agli spazi asimmetrici di manovra dei singoli paesi, ma attivando un fondo a lunga scadenza capace di far ripartire gl’investimenti pubblici collettivi.

E quindi: ripensare la politica di concorrenza e industriale, quella sulle piattaforme di ricerca, le infrastrutture. Tutto in chiave europea.

Naturalmente, il nodo (del cambiamento) istituzionale è decisivo; tanto che “in assenza di passi in avanti nella costruzione di strumenti per la gestione federale della politica economica, la stessa moneta unica rischia di collassare” (p. 16). Un passo da compiere a tutti i costi, anche, se non fosse possibile agire tutti insieme, nell’ambito di una più limitata cooperazione rafforzata.