Le banche Ue realizzano 20 miliardi di profitti l’anno nei paradisi fiscali. Tra le prime dieci anche Mps e Intesa

paradisi fiscali

Le banche europee continuano ad usare i paradisi fiscali per registrare i loro profitti. Gli istituti europei realizzano annualmente circa 20 miliardi di euro di profitti, il 14% del totale, in 17 Paesi con fiscalità favorevole. A dirlo è un nuovo report dell’Osservatorio europeo sulla fiscalità.

Fra le 36 banche analizzate dallo EU Tax Observatory della Paris School of Economics, tra i primi dieci istituti che più hanno incrementato la quota di utili tassati nei paradisi fiscali nel periodo compreso fra il 2018 e il 2020 ci sono anche le italiane Monte dei Paschi di Siena e Intesa Sanpaolo.

Secondo il rapporto i Paesi individuati come destinazione privilegiata dei profitti sono: Bahamas, Isole vergini britanniche, Cayman, Jersey e Guernesey, Gibilterra, Hong Kong fino a Malta e Lussemburgo. “I profitti registrati dalle banche nei paradisi fiscali sono anormalmente alti: 238.000 euro per dipendente, rispetto a circa 65.000 euro nei paesi non paradisi”, afferma il rapporto. “Ciò indica che gli utili collocati nei paradisi fiscali sono principalmente deviati da altri paesi, dove avviene la produzione dei servizi”.

L’uso dei paradisi fiscali varia considerevolmente da banca a banca. La percentuale media di profitti registrati in paradisi fiscali è circa il 20% e varia dallo 0% per nove banche ad un massimo del 58%, sottolinea il rapporto. Dallo studio emerge che per sette banche del campione dal 2018 al 2020 l’effettiva aliquota fiscale complessiva è stata minore o uguale al 15%.

La classifica dell’elusione

Secondo l’Osservatorio, l’istituto che ha più familiarità con questa pratica, avendo contabilizzato il 62% degli utili pre-tasse in Paesi con fiscalità agevolata tra il 2018 e il 2020, è Hscb. Al secondo posto c’è il Monte dei Paschi di Siena con il 49,8% nel periodo 2018-20, seguito da Standard Chartered con il 30% circa. Le tedesche Deutsche Bank e NordLB occupano il quarto e quinto posto.

Tra le altre banche italiane considerate svetta anche Intesa Sanpao con una quota di utili pre-tasse che fanno capo ai paradisi fiscali pari al 24,6% nel periodo 2018-2020. Unicredit invece ha una quota del 4,1% nell’ultimo triennio.

Lo studio sottolinea come le comunicazioni paese per paese, pensate per far luce sui meccanismi interni delle banche, finora non abbiano modificato l’atteggiamento nei confronti dei paradisi fiscali, nonostante il tema sia sempre più presente nell’agenda politica.

“Potrebbero essere necessarie iniziative più ambiziose — come un’aliquota minima globale al 25% — per ridurre l’uso dei paradisi fiscali nel settore bancario”, si legge nel documento.

Gli effetti della minimum global tax

L’analisi fa anche una previsione di cosa potrebbe accadere se venisse approvata definitivamente la proposta di introdurre una tassazione globale minima in sede G20/Ocse. L’ipotesi di cui si sta attualmente discutendo prevede un’aliquota minima del 15%. Se così fosse, le banche europee dovrebbero pagare 3-5 miliardi di euro di tasse in più all’anno, con un’aliquota del 21% si arriverebbe tra i 6 e i 9 miliardi di euro. Con un’aliquota minima del 25% invece si arriverebbe a recuperare tra i 10 e i 13 miliardi di euro in più di tasse l’anno.