La Commissione si impegna ad abbandonare le condizioni in stile “troika” per la ripresa

Il Commissario europeo per il bilancio Johannes Hahn con Paolo Gentiloni, Commissario per l'economia e Virginijus Sinkevicius, Commissario per l'ambiente. [EPA-EFE/OLIVIER HOSLET]

La Commissione europea ha raddoppiato gli sforzi per dimostrare che l’Europa eviterà gli errori commessi durante la “Grande Recessione” nell’affrontare il lockdown. 

È sempre più evidente che la Commissione non abbia alcuna intenzione di tornare al rigido sistema “cash-for-reform” per far fronte al piano di ripresa post-COVID-19 e che i “falchi” potrebbero avere difficoltà a trasformare il piano proposto in una strategia in stile “troika”.

Il tono e il messaggio sono diversi. E, soprattutto, le proposte per far fronte alla crisi post Covid-19 non sono affatto paragonabili a quelle che seguirono il crollo finanziario avuto tra il 2007-2008, quando l’insistenza della Commissione sull’austerità per bilanciare i conti pubblici ha portato a una doppia recessione nel 2012.

La condizionalità legata allo strumento di ripresa e resilienza da 560 miliardi di euro presentato la scorsa settimana servirà a capire se l’UE, questa volta, è pronta ad intraprendere una strada diversa.

Nelle ultime settimane la Commissione ha adottato una attenta politica per dimostrare che non si tornerà ai “tempi della troika”. Allo stesso tempo, l’istituzione ha cercato di conquistare il gruppo dei “falchi” dei paesi del Nord, sottolineando che questa nuova strategia non rappresenterebbe un “open bar” per spendere i fondi dell’UE.

Secondo il piano della Commissione, gli Stati membri avranno un limite per decidere quali investimenti e riforme proporre per risparmiare ma anche per trasformare le loro economie.

I paesi dovranno giustificare il modo in cui i loro piani affrontano le sfide e le priorità specifiche individuate nell’ambito del “semestre europeo”, il meccanismo di coordinamento delle economie nazionali dell’UE.

Ma come ha dichiarato il vicepresidente della Commissione per l’Economia, Valdis Dombrovskis, ci saranno altri indicatori da seguire oltre alle linee guida date a ciascun paese, come il contributo alla crescita potenziale, la creazione di nuovi posti di lavoro, la resilienza sociale, la mitigazione dell’impatto di COVID-19 e il sostegno alla coesione economica, sociale e territoriale del paese.

In altre parole, i Paesi non dovranno includere esplicitamente le raccomandazioni concrete che Bruxelles rivolge alle capitali per accedere ai fondi, ma piuttosto utilizzarle come “guida” per redigere le loro proposte.

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Il Commissario all’Economia, Paolo Gentiloni, ha chiarito che l’istituzione non sta cercando di introdurre dalla porta di servizio un programma “cash-for-reform” simile a quelli della crisi passata.

“Non si tratta di un programma di aggiustamento rimacinato con un nome diverso”, ha insistito la settimana scorsa, aggiungendo che la condizionalità intende garantire “coerenza” con gli obiettivi dell’Ue.

Inoltre, la Commissione intende cooperare con gli Stati membri nella preparazione dei loro piani di investimento e di riforma, per cui non ci sarà alcun rischio di rifiuto se non includeranno i criteri, come potrebbe accadere invece se i progetti di bilancio nazionali non dovessero raggiungere gli obiettivi fiscali.

In un’intervista con un gruppo di media europei, tra cui EURACTIV.com, il commissario per il bilancio Johannes Hahn ha dichiarato di non essere preoccupato per la condizionalità o per il potenziale rifiuto delle proposte nazionali.

Al contrario, era più preoccupato per la corretta attuazione dei piani concordati, per garantire che i fondi di recupero siano spesi lì dove lo dovrebbero essere, e che i passaggi fondamentali inclusi per sbloccare le tranche siano rispettati.

L’intervento degli Stati membri

La Commissione, tuttavia, ha sorpreso gli osservatori proponendo di coinvolgere gli Stati membri nell’approvazione dei piani nazionali attraverso l’oscura procedura della “comitatologia”.

L’inclusione delle capitali è stata una concessione al blocco settentrionale, in particolare ai “Frugal four” (Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Svezia), che hanno a lungo insistito sul fatto che le economie del Sud come l’Italia dovrebbero fare di più per riformare le loro economie.

L’UE a 27 dovrà dare il via libera attraverso un parere vincolante alla Commissione, convalidando i piani di investimento e di riforma, gli obiettivi e i nodi politici decisivi che consentiranno a ciascun paese di accedere ai fondi.

Resta da vedere fino a che punto il gruppo dei “falchi” potrebbe ostacolare questa condizionalità nei negoziati delle prossime settimane per l’approvazione del fondo di ripresa.

Ma sembra improbabile che i “Frugal four” possano trasformare la procedura in una ottica tipo “Troika”.

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Secondo il piano, …

Questi paesi avrebbero difficoltà a raccogliere una maggioranza atta a imporre la loro volontà, dato che i piani nazionali di investimento e di riforma sarebbero adottati a maggioranza qualificata (almeno 15 Stati membri che rappresentino il 65% della popolazione dell’UE).

In più, se alcune capitali decidessero di interferire troppo con i piani dei loro vicini, potrebbero alla fine ritrovarsi a breve nella stessa situazione.

Inoltre, la pressione di impegnare almeno il 60% dei fondi durante i primi due anni per rilanciare velocemente l’economia non prevede di trasformare ogni piano nazionale in un negoziato senza fine.

A questo proposito, Dombrovskis ha detto di non aspettarsi una “microgestione” da parte degli Stati membri.

Gli Stati membri non useranno la loro voce per forzare l’introduzione di riforme nell’ambito del lavoro o delle pensioni da parte di coloro che chiedono aiuto, ha detto. Piuttosto, ha aggiunto, questa strategia è volta a garantire che ci sia “coerenza” tra i piani di investimento e di riforma di tutti gli Stati membri, in modo che ogni paese sia trattato in modo equo.