In Ue si potrà ancora dire ‘hamburger vegetariano’?

La dicitura 'hamburger vegetariano' potrebbe non essere più consentita in Ue. [SHUTTERSTOCK]

Il Parlamento europeo deciderà in plenaria se gli alimenti di origine vegetale potranno portare il nome di cibi di origine animale, come hamburger e salsiccia. Si tratta di uno degli emendamenti sul tavolo nell’ambito della riforma della Politica agricola comune (Pac).

Il dibattito sulla denominazione dei prodotti a base di piante si è sviluppato a Bruxelles nelle ultime settimane, in vista del voto del Parlamento europeo sulla riforma della Pac.

Il voto finale in plenaria sulle regole commerciali per tutti i prodotti agricoli commercializzati in Europa, nell’ambito delle cosiddette organizzazioni comuni di mercato (Ocm), sarà caratterizzato da due emendamenti sulle denominazioni della carne e dei prodotti lattiero-caseari che sono particolarmente invisi alle Ong ambientali e agli operatori del settore dell’alimentazione vegetariana e vegana.

Di fatto, il voto al Parlamento si riassume in tre possibili decisioni: mantenere lo status quo, aggiungendo semplicemente la dicitura “vegetale” dopo il nome di un alimento; vietare in ogni caso l’uso di terminologie caratteristiche dei prodotti di origine animale per gli alimenti vegetariani e vegani; introdurre un sistema misto, ipotesi questa sostenuta dal Ppe, che consenta termini come hamburger e salsiccia ma ne vieti altri, come prosciutto e salame.

L’esito di queste votazioni potrebbe portare perciò al divieto di denominazioni come “hamburger vegetariani” e “salsicce vegane” nell’Ue, così come ulteriori restrizioni sull’uso di nomi legati ai latticini per le alternative, compreso il divieto di frasi come “alternativa senza latticini” o “sostituto vegano del formaggio da latte”.

Se vincesse questa proposta l’Ue tornerebbe “massicciamente indietro” sulla sostenibilità e la trasparenza, secondo Rogier Smeets, presidente regionale dell’Europa di Upfield, una delle aziende leader mondiali nel settore degli alimenti a base vegetale.

Parlando  un evento di EURACTIV del 15 ottobre, Smeets ha criticato le proposte, sottolineando che gli alimenti a base vegetale hanno un impatto ambientale molto più basso rispetto alle alternative di origine animale e che questa decisione può influenzare l’adozione di alimenti a base vegetale.

“Già oggi vediamo che i consumatori stanno facendo sempre più spesso la scelta di alimenti a base vegetale. Quindi perché dovremmo volerli allontanare con regolamenti che non sono chiari, sono troppo vaghi, sono troppo ampi, lasciano troppe interpretazioni e rallentano una potenziale industria in crescita?”, ha aggiunto.

L’eurodeputato dei Verdi Francisco Guerreiro, vicepresidente della commissione Agri del Parlamento europeo, ha dichiarato che c’è una seria preoccupazione per l’impatto economico di questi emendamenti.

“Stiamo mettendo a rischio milioni di posti di lavoro, perché questo ha un effetto”, ha detto, sottolineando che gli emendamenti avrebbero colpito gli agricoltori, ma avrebbero anche causato effetti a catena nei settori del trasporto, dell’esportazione, della trasformazione e della distribuzione.

Ha spiegato che questo rischio ha un’importanza in più a fronte di una seconda ondata della pandemia di Covid-19.

A queste preoccupazioni hanno fatto eco altre voci dell’industria, che all’inizio di questo mese hanno unito le forze con le Ong per sollecitare i legislatori dell’Ue a rifiutare gli emendamenti.

I firmatari, tra cui Unilever e Ikea, affermano che gli emendamenti “ostacolerebbero fortemente l’ulteriore sviluppo di alimenti innovativi a base vegetale che hanno un ruolo chiave nel permettere ai cittadini di fare scelte alimentari più sane e sostenibili”.

In alcuni Paesi europei è già in vigore il divieto di denominazione di prodotti a base vegetale con nomi caratteristici di quelli di origine animale. In Francia, per esempio, non è possibile chiamare “carpaccio” o “prosciutto” un alimento vegetariano. A livello europeo esistono già disposizioni sui prodotti caseari, con il divieto di usare termini come “latte” o “burro” per alimenti prodotti con soia e tofu.

Il gruppo europeo dei consumatori Beuc si è soffermato sul dibattito relativo alla denominazione dei prodotti a base di piante, mostrando i risultati di un sondaggio che illustrava come l’80% degli intervistati avesse dichiarato di non avere problemi con l’uso di termini solitamente riservati a carne o latticini per prodotti alternativi.

“Solo un consumatore su cinque afferma che questi termini non dovrebbero mai essere usati per i prodotti a base vegetale. D’altra parte, abbiamo un consumatore su quattro che ha affermato di non vedere assolutamente alcun problema con l’uso di queste denominazioni”, ha dichiarato Camille Perrin, responsabile senior della politica alimentare di Beuc, durante l’evento EURACTIV.

Ha aggiunto che un ulteriore 40% degli intervistati ha sostenuto l’uso di nomi solitamente riservati ai prodotti a base di carne per articoli a base vegetale, ma solo a condizione che i prodotti siano chiaramente etichettati come vegetariani o vegani.

Chiamare le cose con il loro nome

Il settore zootecnico europeo si è schierato a favore degli emendamenti con la propria campagna.

Nell’ambito della campagna “Ceci n’est pas un steak” (non è una bistecca), lanciata all’inizio del mese, il settore ha avvertito che, se questi termini per gli alimenti a base di piante saranno tollerati, ciò “aprirà un vaso di Pandora che avrà un impatto a lungo termine sia sui consumatori che sugli allevatori”.

Jean-Pierre Fleury, presidente dell’associazione di agricoltori dell’Unione europea Copa e del gruppo di lavoro della Cogeca sulla carne bovina, ha affermato che “il settore zootecnico europeo non sta cercando di combattere questo sviluppo”, ma sta semplicemente chiedendo che il lavoro di milioni di agricoltori e lavoratori del settore zootecnico europeo sia “riconosciuto e rispettato”.

“Non ho paura di dire che si tratta di un evidente caso di dirottamento culturale. Alcune agenzie di marketing lo stanno usando per confondere deliberatamente i consumatori, promuovendo l’idea che sostituire un prodotto con un altro non ha alcun impatto sull’apporto nutrizionale”, ha detto.

Ha aggiunto che, sebbene questo sia un percorso lastricato di buone intenzioni, aprirà la porta ad altre denominazioni confuse che emergeranno a lungo termine.

“Creeremmo un nuovo mondo dove il marketing è scollegato dalla natura reale dei prodotti, che significa di fatto volere che le cose vadano fuori controllo”, ha aggiunto.