Germania, il problema del caporalato in agricoltura e nell’industria della carne

Un allevamento di maiali da ingrasso a Brueggen, Germania, 19 agosto 2019. EPA-EFE/SASCHA STEINBACH

Il Governo tedesco ha abolito il subappalto della manodopera nei macelli. Gli allevamenti intensivi sono oggetto di discussione in Germania a causa dei rischi per la salute e dello sfruttamento imperante, non soltanto degli animali.

Che gli allevamenti intensivi siano luoghi di sofferenza e sfruttamento per gli animali è un fatto ormai assodato. È servita invece un’epidemia affinché qualcuno prestasse attenzione alle condizioni lavorative dei dipendenti dei macelli.

Attualmente infatti l’industria della carne si trova nell’occhio del ciclone in Germania per i numerosi focolai di Covid-19 che si sono sviluppati all’interno dei mattatoi, con centinaia di dipendenti positivi al virus. Per questo il Ministro del lavoro Hubertus Heil ha presentato una proposta per riformare le prescrizioni sulla tutela del lavoro e dell’igiene nei macelli tedeschi. Mercoledì 20 maggio il Governo ha quindi deciso di abolire il subappalto dei lavoratori e il ricorso ad aziende interinali nel settore della produzione e lavorazione della carne e ha previsto un nuovo sistema di contromisure, tra cui controlli più rigidi e sistematici e un innalzamento delle pene pecuniarie (fino a 30.000 €) per chi infrange le norme sugli orari di lavoro. 

Già nel 2014 il quotidiano tedesco die Zeit aveva condotto un’inchiesta sulle terribili condizioni lavorative nei mattatoi delle aziende della carne, in cui la manodopera proviene dai paesi dell’est europeo più recentemente entrati a far parte dell’Unione — Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria — e da quelli ai margini — Ucraina e Moldavia.

L’inchiesta portava alla luce un sistema di tratta di esseri umani e sfruttamento pari a quello del più noto “caporalato” italiano. In effetti, se si leggono nel dettaglio i dati pubblicati dallo Zeit, sembra di trovarsi di fronte ad un film già visto. 

Grazie ai cosiddetti “contratti di subappalto”, le aziende possono demandare l’assunzione dei propri lavoratori ad aziende terze, che li reclutano in massa nei paesi di origine e li assumono alle condizioni là vigenti. In questo modo le industrie della carne dispongono di manodopera a costo inferiore alla tariffa minima fissata in Germania per il settore, e ciò in maniera del tutto legale. Tuttavia spesso la situazione è ben peggiore perché i migranti, pur di avere una chance nella “ricca” Germania, accettano condizioni al limite della schiavitù: in condizioni igieniche precarie, per pochi euro l’ora sopportano turni di lavoro sfiancanti, privi di pause, assicurazione, assistenza sanitaria, assunti in nero e pagati a discrezione del datore di lavoro. Non parlando la lingua, sono completamente abbandonati a se stessi. La paura e la pressione sui lavoratori sono mantenute grazie a dei “controllori” informali, che i lavoratori chiamano “Kapos” e che ne controllano anche la vita privata. I dipendenti sono totalmente alla mercé dei propri caporali, come in un vero e proprio campo di lavoro. Dalla paga mensile viene sottratta una quota per l’affitto di un alloggio e le spese relative, così come per il trasporto verso il luogo di lavoro. Gli alloggi sono precari e sovraffollati: fino a otto persone nella stessa stanza, arredata soltanto con brande metalliche in stile militare. Alcuni lavoratori raccontano addirittura di alloggiare in grandi stalle. Molti vivono accampati nei boschi circostanti i macelli. Chi non accetta queste condizioni o cade nel disfavore del caporale di turno, rischia di essere licenziato senza preavviso. 

Se sullo sfondo di questa storia immaginassimo vasti campi riarsi dal sole, anziché umidi boschi di conifere, potremmo stare raccontando una vicenda ambientata nelle coltivazioni del Sud Italia, dominate dallo sfruttamento sistematico dei migranti irregolari da parte della criminalità organizzata. E invece stiamo parlando di una vicenda ambientata nel cuore dell’Europa, resa possibile da falle nella regolamentazione europea e dal lassismo di quella tedesca. Il governo di Berlino è stato costretto a confrontarsi con questa scomoda verità e a intervenire perché lo sfruttamento e la mancanza di igiene regnanti nei mattatoi stanno minacciando anche la salute pubblica e creando malcontento nella popolazione. In particolare sono il carente distanziamento sul posto di lavoro, gli alloggi collettivi e la generale mancanza di misure igieniche a destare preoccupazione. 

Già nel dicembre 2018 la Frankfurter Allgemeine Zeitung, in un reportage sul medesimo tema, aveva riportato la morte per tubercolosi di un lavoratore di un mattatoio nel Niedersachsen, evento aggravato dal fatto che anche in altri macelli si segnalavano casi di malattie contagiose ritenute ormai debellate. Era stata avviata un’inchiesta. La rappresentante dell’ordine dei medici veterinari del Niedersachsen, in un’audizione presso il Landtag (Parlamento regionale), aveva parlato di un vero e proprio “abbrutimento” dei lavoratori. In un resoconto ufficiale i sindacati rintracciavano il problema di fondo nel subappalto dell’attività del macello ad aziende interinali che stringono con l’azienda produttrice accordi “forfettari” sul numero di bestie macellate; di conseguenza, l’azienda subappaltatrice ha tutto l’interesse a mantenere bassi i propri costi e lo fa risparmiando in ogni modo possibile: per macellare sempre più animali si risparmia sulla loro dignità, sulle pratiche di anestesia, sulla manutenzione dei macchinari, e si punta su ritmi sempre più intensi e sullo sfruttamento dei lavoratori, costretti a turni massacranti. I sindacati lamentano inoltre scarsi controlli da parte delle autorità su come le aziende subappaltatrici trattino i dipendenti. La lobby della carne è molto potente e le industrie del settore rappresentano uno dei più importanti contribuenti per le casse dello stato, che quindi spesso chiude un occhio di fronte alle “malefatte” delle aziende. Alla mollezza dimostrata sinora dalle autorità il governo tedesco vuole rimediare con il provvedimento recentemente approvato: a partire dal 1 gennaio 2021 la macellazione e la lavorazione della carne dovranno essere condotte esclusivamente da dipendenti diretti delle aziende. Sarà vietato subappaltare gli incarichi legati alle attività centrali dell’azienda e in questo modo scaricare le responsabilità su aziende interinali “fantasma”, con sede in altri paesi europei, che spesso esistono solo sulla carta e sono costituite per coprire il reclutamento di manovalanza a condizioni del tutto illegali.

Similmente anche i lavoratori dei campi, stagionali e non, che raccolgono frutta e verdura, subiscono trattamenti simili e vivono in condizioni parimenti misere. Il paese da cui la Germania attinge maggiormente per procurarsi manodopera stagionale è la Romania. In questo caso i lavoratori sono migranti interni all’Unione Europea, che vengono letteralmente trasferiti in blocco, quasi fossero merci, dal paese di origine a quello di destinazione. Che questi migranti siano cittadini europei e non migranti irregolari sbarcati sulle coste meridionali del continente da barconi sul punto di affondare, fa poca differenza. Victoria Stoiciu, dalla sede di Bucarest della Fondazione Friedrich-Ebert, spiega che le aziende tedesche incaricano imprese subappaltatrici di reclutare i lavoratori nel paese di origine. Queste fungono poi da tramite fra l’azienda destinataria e le imprese fantasma che reclutano manodopera sul territorio.

In questo gioco di subappalti e rimandi, le responsabilità vengono “annacquate”, se non del tutto annullate: è infatti molto difficile ripercorrere la catena di subappalti e comunque l’azienda che conferisce l’incarico iniziale non è legalmente responsabile delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori “importati”. 

Secondo stime dei sindacati rumeni, questo sistema di “scatole cinesi” del subappalto non vale soltanto nell’industria della carne e nell’agricoltura, ma anche nei settori dell’edilizia, dei trasporti e nel comparto assistenziale. In questo modo si riescono ad aggirare le leggi sul salario minimo e sugli standard sociali minimi. 

Nicolas Schmit, Commissario Europeo per gli affari sociali, in un’intervista sul tema alla Deutsche Presse-Agentur a Bruxelles, si è detto sconvolto dalla sistematica violazione dei diritti dei lavoratori nell’industria della carne tedesca e ha affermato che, se sarà necessario, l’UE interverrà con nuove linee guida. “Non è possibile che in Europa ci sia un’intera categoria di lavoratori che vivono al di là di qualsiasi forma di diritto”, ha affermato il socialdemocratico lussemburghese. E questo problema non tocca soltanto la Germania, ma anche altri paesi europei, ad esempio i paesi del Sud Europa che accolgono molti lavoratori agricoli stagionali. 

Vigilare e assicurare l’applicazione delle leggi nazionali e delle direttive europee sulla protezione dei lavoratori spetta allo Stato. Per contrastare il sistema della tratta internazionale dei lavoratori, però, non basta la cooperazione di tutti i paesi coinvolti e uno scambio intensivo di informazioni fra autorità responsabili, né il rafforzamento dei controlli. Se l’Unione Europea aspira ad essere non soltanto uno spazio economico unificato, bensì anche un’unione di cittadini e di valori, allora deve puntare più in alto e colmare le zone grigie del diritto. L’obiettivo più ambizioso deve essere la creazione di un sistema del lavoro unico, organico, che valga per tutti i paesi dell’Unione e che regolamenti le condizioni lavorative di tutti i lavoratori sul suolo europeo, siano essi cittadini europei o no.