Fondi di coesione, la denuncia di regioni e ong: i governi non ci consultano e violano le regole dell’UE

Dal 2014 il coinvolgimento di soggetti come sindacati, governi locali e organizzazioni della società civile nell'elaborazione di programmi nell'ambito della politica di coesione è un obbligo legale. [Shutterstock/Bacho]

Diversi governi europei stanno violando le regole dell’UE che richiedono consultazioni significative con le autorità locali e la società civile nella pianificazione della spesa per la coesione: lo lamentano le parti interessate, mentre la Commissione europea afferma che non ci sono problemi.

Con una potenza di fuoco di 330 miliardi di euro, i fondi di coesione sono secondi solo alla politica agricola comune (PAC) per la loro dimensione all’interno del bilancio europeo, se non si contano i soldi presi in prestito dai mercati per il piano di ripresa dal COVID (Next Generation EU).

Tuttavia, la pianificazione per il periodo di bilancio 2021-2027 del programma di investimenti strutturali a lungo termine dell’UE, inteso a ridurre le disparità tra i livelli di sviluppo regionale dell’Unione, è ora notevolmente in ritardo, perché in molti Stati membri la gestione dei fondi per il recupero hanno già esaurito la capacità amministrativa degli organi burocratici e decisionali.

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Inoltre, le autorità locali e regionali, così come le organizzazioni non governative, stanno ora suonando un campanello d’allarme, sostenendo di essere illegalmente emarginate dai loro governi nazionali.

Dal 2014 il coinvolgimento di soggetti come sindacati, governi locali e organizzazioni della società civile nell’elaborazione di programmi nell’ambito della politica di coesione – il cosiddetto principio di partenariato – non è più semplicemente una prassi, ma un obbligo legale.

Tuttavia, i soggetti coinvolti a tutti i livelli ora affermano che i governi si stanno sottraendo a questa responsabilità.

Secondo i nuovi dati compilati dalle ong Climate Action Network (CAN) e CEE Bankwatch Network, di dieci paesi in cui esse hanno membri attivi, solo due hanno rispettato pienamente i requisiti delle regole dell’UE sul processo di consultazione pubblica durante la preparazione dei loro accordi di partenariato. Inoltre, la conformità complessiva non migliora nemmeno quando si esaminano le consultazioni relative a piani specifici che dettagliano gli investimenti sostenuti dall’UE, i cosiddetti programmi operativi.

Anche i governi locali e regionali hanno affermato di non essere adeguatamente coinvolti.

Durante la sessione plenaria di ottobre, il Comitato delle regioni, un’istituzione consultiva dell’UE composta da 329 membri che comprendono politici eletti a livello regionale o locale, ha messo in guardia contro lo scarso coinvolgimento delle regioni e delle città nei nuovi programmi della politica di coesione.

Il sentimento trova eco anche nel Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa (CCRE), un’associazione che rappresenta le autorità subnazionali.

I fondi strutturali dovranno essere implementati insieme al Recovery and Resillience Facility (RRF) da 672,5 miliardi di euro, il fulcro del fondo di ripresa UE-COVID, che elargirà 312,5 miliardi di euro di sole sovvenzioni entro il 2026, una somma paragonabile all’intero bilancio della politica di coesione.

Nel frattempo, la scadenza entro cui devono essere spesi i classici strumenti di coesione è il 2029: il rischio, secondo i critici, è di dare tutta la priorità all’utilizzo dei fondi di ripresa, a scapito di quelli di coesione.

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“Il rispetto del principio di partenariato è forse ancora più importante quest’anno, visto che anche sulla programmazione parallela della RRF gli Stati membri non hanno consultato le parti interessate come i comuni e le regioni”, ha detto il CEMR a EURACTIV via e-mail.

“Gli accordi di partenariato potrebbero aiutare a garantire la coerenza tra RRF e fondi di coesione, ma la difficoltà principale è che non sono attuati dagli stessi ministeri/autorità di gestione”, ha aggiunto l’associazione.

Il CCRE sostiene che in alcuni casi gli attori locali sono stati coinvolti nella pianificazione di alcuni programmi di fondi ma non di altri, e non c’è coerenza nemmeno all’interno degli stessi paesi, poiché il grado di coinvolgimento effettivo spesso dipende da ciascun ministro.

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Nel frattempo, le ong ambientaliste hanno avvertito che il mancato coinvolgimento delle parti sociali porterà a una spesa inferiore dei fondi per la coesione per la lotta alla crisi climatica, a cui dovrebbe essere destinato almeno il 30% dei 242,9 miliardi di euro del Fondo europeo di sviluppo regionale e del Fondo di coesione (FESR/FC).

“I fondi della politica di coesione sono la seconda fetta più grande dei fondi dell’UE e potrebbero svolgere un ruolo chiave nell’affrontare la crisi climatica e garantire una transizione giusta e sostenibile dell’economia dell’UE. Tuttavia, il loro utilizzo viene pianificato a porte chiuse”, ha affermato Olivier Vardakoulias, coordinatore della politica finanziaria e dei sussidi di CAN Europe.

Un principio rispettato oppure no?

Christophe Jost, un rappresentante di CEE Bankwatch, ha affermato che i paesi dell’UE “sono in rotta di collisione con la Commissione sulla coesione, perché le parti interessate sono state messe da parte e tenute all’oscuro durante la programmazione. Si tratta di una chiara violazione del diritto dell’UE”.

Tuttavia, la Commissione ha tracciato un quadro molto migliore della situazione. L’esecutivo dell’UE ha infatti dichiarato a EURACTIV di aver appena iniziato a ricevere formalmente i documenti pertinenti, “quindi è troppo presto per giudicare la qualità del processo nel suo complesso, poiché in alcuni Stati membri il processo di consultazione deve ancora svolgersi”.

Però, “una valutazione preliminare suggerisce che il principio di partenariato è stato finora generalmente rispettato, sebbene in alcuni Stati membri l’approccio abbia ancora margini di miglioramento”.

In ogni caso, la Commissione ha promesso che “si accerterà personalmente che il principio di partenariato sia stato rispettato, prima di approvare i programmi presentati” dai paesi dell’UE.