È tempo di SURE. La lunga transizione verso il Recovery Plan

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Il governo italiano si è finalmente deciso ad utilizzare una parte dei fondi resi disponibili dall’Unione Europea, senza aspettare che arrivino le risorse del Recovery Plan, attese non prima del prossimo anno.

Ci pare una scelta saggia. Per due motivi: uno di carattere politico, l’altro di carattere economico.

Il secondo ci pare evidente: il nostro governo sta facendo ampiamente ricorso agli ammortizzatori sociali per arginare le sofferenze sociali ed economiche della diminuzione di occupazione. Poiché il SURE permette di attivare risorse europee per finanziare il ricorso ai sussidi anti-disoccupazione, ostinarsi a non chiedere quelle risorse sarebbe stato quantomeno bizzarro.

L’aspetto politico della questione ha a che fare con la credibilità delle trasformazioni che hanno accompagnato la risposta europea alla crisi. Una risposta massiccia, nonostante meccanismi decisionali farraginosi ed anacronistici; soprattutto incoerenti con le ambizioni di attore globale della UE. Il piano SURE, approntato già ad aprile dalla Commissione, è stato uno dei primi strumenti di solidarietà fra paesi membri. Non chiederne l’attivazione avrebbe significato indebolire il senso politico, indipendentemente da quello economico, della scelta.

Così come non accedere alle risorse del MES (il famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità) è un errore, perché (tra le altre cose di cui abbiamo già ampiamente scritto) indebolisce un processo di cambiamento dell’ex Fondo Salva-Stati, in cerca di una nuova identità.

Ben venga quindi la decisione di Gualtieri (Ministro dell’Economia e Finanze) e Catalfo (Ministra del Lavoro) di attivare il SURE, per un importo pari a 28.492 milioni di euro: una somma considerevole.

Ci permettiamo sommessamente di ricordare, tuttavia, che l’Italia è un paese in crisi da decenni, non solo da qualche mese a causa dell’emergenza Covid-19; che con i sussidi si tamponano situazioni emergenziali di illiquidità, ma si alimentano anche le truffe di cui abbiamo letto sui media negli ultimi tempi (persone che lavorano a tutti gli effetti, pagate dai sussidi di disoccupazione) e che sono intollerabili perché vanno a gravare su tutti i contribuenti.

Ricordiamo anche che è cruciale individuare una strategia precisa di ripresa che deve passare da investimenti in settori strategici, ad alto valore aggiunto, capaci di difendere e creare quel capitale (umano, ambientale, sociale, culturale, produttivo) necessario per guardare con minor pessimismo al futuro. Con un occhio all’innovazione, che porti le imprese sulla frontiera delle capacità produttive (quindi ad impatto incerto sull’occupazione), ed uno all’occupazione (privilegiando settori ad alta intensità di lavoro), in una divisione funzionale dei compiti che deve vedere pubblico e privato agire in modo sinergico, non contrapposto.