Commissione Ue: le proposte di ‘digital tax’ e ‘carbon tax’ saranno presentate entro giugno

I commissari europei Paolo Gentiloni e Margrethe Vestager [EPA-EFE/OLIVIER HOSLET]

Una rassicurazione sull’attivazione, secondo i tempi previsti, delle nuove tasse europee sulle emissioni di CO2 dei paesi terzi e sui servizi digitali, indispensabili per dotare l’UE di risorse proprie che non dipendano più dai contributi nazionali: è quella arrivata quasi in contemporanea, martedì 23 marzo, dai due vicepresidenti della Commissione, Paolo Gentiloni e Mergrethe Vestager.   

La proposta dell’esecutivo dell’UE in merito al ‘meccanismo di aggiustamento del carbonio alla frontiera’, cioè delle tasse sulle emissioni di paesi terzi con leggi ambientali più permissive di quelle dell’Unione, sarà presentata a giugno, ha detto il commissario con delega agli Affari economici Gentiloni, durante un evento sul clima organizzato dal governo francese.

Il meccanismo fa parte del pacchetto di iniziative volute dalla Commissione per raggiungere l’obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2 del 55% entro il 2030, e il suo scopo è di contrastare il fenomeno delle imprese che spostano la propria produzione in paesi con regole sulle emissioni meno severe. Secondo Gentiloni, la nuova tassa “renderà uguale il prezzo del carbonio di prodotti europei e di quelli importati” e potrà “incentivare i produttori stranieri ad investire nei processi di produzione più verdi e i Paesi terzi ad aumentare la loro ambizione climatica”. I settori che potrebbero essere più colpiti, ha aggiunto, sono quelli ad alto utilizzo di energia, ovvero i produttori di alluminio, acciaio, cemento, elettricità, fertilizzanti.

Vestager: avanti con il progetto di ‘digital tax’

Parlando invece ai deputati della sottocommissione sul Fisco del Parlamento europeo, la commissaria alla Concorrenza Vestager ha spiegato che sempre a giugno dovrebbe essere resa nota anche la proposta di una tassa sui servizi digitali. La Commissione, ha detto la vicepresidente, preferirebbe raggiungere su questa materia un accordo internazionale all’OCSE, specialmente dopo il cambio di posizione degli Stati Uniti, che con la nuova amministrazione Biden hanno abbandonato il principio del cosiddetto ‘Safe Harbor’, secondo cui le grandi aziende tecnologiche avrebbero dovuto sottostare alla nuova tassa solo su base volontaria.

Tuttavia, ha aggiunto Vestager, le buone notizie provenienti dagli Usa non ostacoleranno i piani e le scadenze che si è data l’UE: “Intendiamo presentare la proposta entro giugno di quest’anno, con l’obiettivo di rendere il prelievo operativo dal 2023 in poi”, ha detto la commissaria, sottolineando l’importanza di adottare rapidamente un accordo sul piano, dal momento che la ‘digital tax’ dovrà contribuire all’insieme delle risorse proprie dell’UE nell’ambito del Recovery Fund da 750 miliardi di euro varato dalla Commissione.

Risorse proprie: quei conti che non tornano

Come è noto, la grande scommessa del Next Generation EU implica un accordo sull’aumento delle cosiddette ‘risorse proprie’. Fino ad oggi sono state interpretate come ‘contributi nazionali’, non come capacità fiscale autonoma della UE, che è invece quello a cui …

Vestager ha poi spiegato che, nell’elaborazione della nuova tassa digitale, la Commissione vuole evitare qualsiasi interferenza con il negoziato in corso all’OCSE, e non vuole che i nuovi piani siano “discriminatori”, né che alimentino “in alcun modo” tensioni commerciali, come quelle nate lo scorso anno quando il governo degli Stati Uniti aveva minacciato di introdurre dazi del 25% su alcuni beni francesi dopo che Parigi aveva presentato una sua tassa sui servizi digitali.

A gennaio, però, l’amministrazione Biden ha deciso di sospendere i dazi previsti, in attesa di un’indagine più approfondita da parte dell’ufficio per il Commercio Usa per stabilire se i dazi francesi siano discriminatori nei confronti delle imprese statunitensi.

Il fallimento del 2019

I tentativi di introdurre un prelievo sui servizi digitali a livello comunitario sono falliti nel 2019, a seguito dell’opposizione, tra gli altri, di Irlanda, Finlandia e Svezia a una tassa del 3% sulle società con almeno 750 milioni di euro di entratedi cui almeno 50 milioni incamerati all’interno dell’UE.

Dopo il mancato accordo, alcuni Stati membri tra cui Francia, Spagna, Italia e Austria hanno deciso di andare avanti con leggi nazionali, mentre alcuni deputati del Parlamento europeo hanno iniziato a mettere in discussione il modo in cui la legislazione fiscale viene votata dal Consiglio europeo, che richiede un’approvazione all’unanimità.

A questo proposito, martedì 23 marzo la commissione per l’Economia del Parlamento ha adottato una risoluzione che invita la Commissione UE a prendere in considerazione “tutte le opzioni previste dai trattati se non sarà possibile raggiungere un accordo unanime”: ovvero, anche la possibilità di invocare l’articolo 116 del trattato istitutivo dell’Unione, che potenzialmente consentirebbe, anche sulle questioni fiscali, di procedere in seno al Consiglio con un voto a maggioranza qualificata anziché all’unanimità.

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